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3 GIUGNO 1993, I SETTE MORTI DELLA RAFFINERIA SONO STATI DIMENTICATI?

A DISTANZA DI 24 ANNI, NESSUNO SI RICORDA PIU’ DI QUEL TERRIBILE GIORNO. I NOMI DELLE VITTIME? SOLO I PARENTI. 

L’1 giugno 1993 c’era stato un cambio di guardia al vertice alla Raffineria Mediterranea: era stato nominato nuovo Amministratore Delegato l’ing. Franco Scorretti, napoletano, che prendeva il posto dell’ing. Napoleone Majuri, nel ruolo fin dalla riapertura dello stabilimento dopo l’acquisizione dall’AGIP. La gestione di Scorretti, chiamato a gestire la Raffineria in anni di crisi ma di grossi investimenti per incrementare l’occupazione, dovrebbe far decollare l’industria a Milazzo e dare una svolta all’occupazione.

Purtroppo due giorni dopo, il 3 giugno, alle ore 13.05, un tremendo boato scuote la città: eravamo nel Palazzo comunale, a colloquio con il Sindaco facente funzione ing. Nino Nastasi, quando lo avvertimmo. Non eravamo riusciti a capire cosa fosse accaduto. Dal balcone della stanza del sindaco si vedeva, in lontananza, levare una fitta nuvola di fumo. Di fronte a noi, la Raffineria, ma sulla stella linea c’era il porto. Probabilmente qualche incendio a bordo di qualche nave? Una improvvisa esplosione? Non volevamo pensare al peggio, e ci attivammo per avere notizie inviando un’auto di servizio alla fine del molo Marullo. Ma non si nota alcun movimento dal porto. Ed allora ci assale un dubbio maggiore, che in pochi minuti trova conferma: l’esplosione è avvenuta all’interno della Raffineria. La cittadinanza è presa dal panico. Si teme per la sorte di quanti lavorano all’interno dell’azienda, ma anche per quel che potrebbe accadere alla città. Con il passare dei minuti, la paura si trasforma in tragedia. E con il passare delle ore, rimasti sul posto di lavoro piuttosto che tornare a casa per la fine del nostro turno, facciamo la spola con l’industria dove ambulanze e mezzi di soccorso sono la testimonianza che qualcosa di grave è accaduto. Si parla di morti e di feriti, ma nessuno è in grado di fare un bilancio preciso. I soccorsi appaiono sempre più disperati, mentre si rincorrono le voci di chi si è salvato, e di chi nell’esplosione ha perso la vita. I morti sono sette, Antonino Gitto, dipendente della Mediterraea, milazzese abitante in via Medici; Santo Bonanno e Salvatore Camalleri, di Gualtieri Sicaminò, dipendenti di una ditta di Giammoro; Sebastiano Boscarino, Angelo Caminito, Sebastiano Di Mauro e Salvatore Misenti, trasfertisti di Melilli e di Gela, dipendenti di una ditta di Siracusa. I feriti sono 16.

Ignote le cause dell’incidente, dovute allo scoppio di un contenitore che serve a riscaldare un fluido, chiamato in gergo “hot oil”, che alimenta due impianti di trasformazione, il Topping 3 e il topping 4. Di questi, in marcia solo il Topping 3. Cordoglio, amarezza, rabbia prendono il posto dell’iniziale smarrimento. La città vuole saperne di più, il sindacato parla di “sciagura annunciata”, che si sarebbe potuto evitare. Un’assemblea indetta il giorno dopo punta il dito contro i vertici della Raffineria, attenta alla produttività piuttosto che alla vita dei lavoratori. Il 7 giugno viene istituita la Commissione di Studio per la verifica dei pericoli della Mediterranea. Un vertice in Prefettura per discutere della politica industriale ed ambientale in Sicilia, con la partecipazione del Sottosegretario alla Protezione Civile, il Presidente della Regione, il Prefetto, i vertici sindacali, i dirigenti della Raffineria non restituiscono la vita alle sette vittime, ma dovrebbero verificare le condizioni di sicurezza dell’azienda! 

A 24 annu da quel giorno, ci pare doveroso ricordare i nomi di questi lavoratori, per non dimenticarli: Antonino Gitto, Santo Bonanno, Salvatore Camalleri, Sebastiano Boscarino, Angelo Caminito, Sebastiano Di Mauro e Salvatore Misenti. Figli di questa nostra Sicilia, vittime dell’industrializzazione, rimasti nella loro terra piuttosto che emigrare per lavorare altrove…

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