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ALBUM DEI RICORDI: IL BAR ROMAGNOLO E I GIOVANI “SCANNATORI”

Nel cuore della Via Giacomo Medici, sotto i portici, c’era un tempo il bar Romagnolo. Accanto, l’ingresso nel palazzo dove abitava la famiglia proprietaria del bar e qualche altro condomino (ricordo il ragioniere Di Martino, persona distinta e vero signore di altri tempi); quindi, il Cinema Liga, inaugurato il 22 dicembre 1960, con un film al quale pochissimi mancarono, Maciste nella valle dei re, con Mark Forest e Chelo Alonso, il primo culturista americano di Brooklin dal fisico possente (noi eravamo ancora incantati da Steve Reeves), la seconda bellissima ballerina di origine cubana.

Il Bar Romagnolo attirava, oltre ad una selezionata clientela, anche una variegata gioventù. Seduti ai tavoli per una improbabile consumazione, questi giovani non ancora maggiorenni erano pronti a sollevare le chiappe dalle sedie appena Franz, mitico dipendente del bar, arrivava a prendere le ordinazioni… Davanti al bar facevano il giro sulla spider anche gli scannatori dell’epoca. Per chi non lo sapesse, Milazzo, come tutte le città che si rispettano, aveva i suoi, di scannatori, e le loro imprese venivano raccontate con dovizia di particolari proprio ai tavoli del bar, o sotto i portici… 

Ecco una colorita descrizione di Nino Repici, così come è stata riportata nel libro “Dalla Sena in poi…”, Edizioni Lombardo, Milazzo…

“… Il braccio color carbone penzoloni fuori dalla portiera, l’altro teso al volante. Accanto, l’immancabile ed inseparabile amico di “scannate”, anche lui quasi con uguale postura, sigaretta consumata dal vento, e capelli inesorabilmente inclini a scappare di casa, camicia aperta giù fino quasi all’ombelico, a mostrare peli e crocefisso d’oro massiccio, pesante come un catenaccio. Il fisico appesantito dall’anagrafe impietosa e da un poco di “pancetta”, tenuta dentro a grandi respiri, aiutati dalla cintola sempre troppo stretta. La forza vera era lo sguardo, un misto di bollito e pesce marcio, ma che non ammetteva resistenza. Facevano il giro, la vasca, proprio quando era ora di punta, quando la gente, nel tardo pomeriggio, cercava consensi ed introvabile frescura, nel fare avanti ed indietro, nel “su e giù” per la marina Garibaldi.

Passavano così, in bella mostra, con l’auto che andava a due all’ora, dietro, sedute quasi sul cofano posteriore, tre o quattro turiste, rimorchiate poco prima, alla stazione della ferrovia. In pratica fregavano il lavoro ai tassisti, i quali all’imbarco per le Eolie le avrebbero portate sì, ma a pagamento. Ma vuoi mettere farsi vedere con la sventola tedesca, che sorrideva a destra e a manca, seduta li con le sue cose al vento, a gridare al mondo son qui che non vedo l’ora di mollarla a questi veri ed autentici esemplari di “maschi siciliani”? Salvo, dopo un paio di passaggi, se c’era tempo, portarle a vedere il “Cirucco”, pagare loro un gelato e poi di corsa all’imbarco, depositarle sul molo per la partenza del traghetto. Forse, qualche volta, ci scappava anche qualche palpeggio, qualche fugace struscio. Lo scopo era comunque stato raggiunto, la sfilata era stata fatta. Adesso bastava non farsi vedere in giro per un’ora e poi con noncuranza sedersi fuori, con davanti uno “spumone”, al tavolo del bar. Come le mosche preda della carta odorante di ghiotta colla, gli amici e i “compari” in pochi istanti, facevano loro intorno capannello; “dai e dicci tutto”, “ma tu quale ti sei fatta”, “addirittura due alla volta”, “minchia compare come siete forte!”. E li partivano le favole e gli epici racconti, le posizioni assurde, e le maratone. Io in disparte che ci ragionavo, e più pensavo e più ne ero convinto. A quei due prototipi, esemplari tragici di “latrin lover” (il “latrin” non è un errore), le donne non gli dovevano piacere poi molto, anzi forse le avevano proprio in odio. Era l’idea dell’esposizione, il mettere in piazza il trofeo, che gli garbava! Erano sempre li pronti alla caccia, a sbavare dietro ad ogni sottana, solo per potersi sedere ai tavoli di un bar e vomitare di grandi scopate, se poi erano solo storie, poco importava, il gusto stava nel vanto, insomma altro che il piacere della conquista, soltanto il vecchio vizio della ruota del pavone!”

Ne avrebbe cose da raccontare, il Bar Romagnolo. Ma solo se fosse ancora aperto!                         

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