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ALBUM DEI RICORDI: IL VECCHIO OSPEDALE DI MILAZZO…

ECCO QUI, TUTTO PER VOI. LO SPAZIO A DISPOSIZIONE E’ LIMITATO. MA QUAL CHE STO SCRIVENDO SERVIRA’ A FARVI TORNARE ALLA MENTE TANTI EPISODI CHE MERITEREBBERO DI ESSERE RACCONTATI… E ALLORA DATEVI DA FARE: FAREMO UN ‘ALTRA PUNTATA SU VACCARELLA… 

Sembrerebbe che la denominazione “Vaccarella” tragga origine dal fatto che in quell’ampia insenatura arrivassero, in tempi molto lontani, bastimenti carichi di vacche e tori provenienti dalla Spagna; ma il Micale lega il toponimo alla famiglia dei Vaccarella, originaria di Messina e proprietaria di una delle più antiche tonnare esistenti nella zona. La presenza della famiglia avrebbe dato il nome anche all’intera contrada.

Storico borgo marinaro, è sempre stato uno dei rioni più importanti per l’economia milazzese, fin quasi ai giorni nostri, pur con le attuali fibrillazioni che ben conosciamo, poiché è in essere un cambiamento logistico e strutturale che rischia di stravolgere la storicità e la tradizione centenaria del luogo. Anche in questo rione, più che negli altri, i residenti sono individuati, ancora oggi, grazie al soprannome. Infatti è difficile, se non addirittura impossibile, sapere di chi si stia parlando, proprio per l’identico nome e cognome che portano, tipico del luogo, i vari Salmeri, Maisano, Cambria, Cusumano, Calascione…

Uno fra i personaggi più noti del rione era Bastiano. Viveva invece dentro il vecchio ospedale all’epoca gestito dalle monache. Era uno dei presenzialisti alle processioni, sempre in testa alla banda musicale fingendo di suonare con un pezzo di legno, imitando il suono della tromba.

Proprio l’ospedale, la cui vecchia struttura è rimasta lì in precarie condizioni dopo il trasferimento nella nuova sede di Villaggio Grazia nei primi anni 70, è oggi l’indecorosa testimonianza del degrado e grave accusa nei confronti dell’insensibilità politica e amministrativa, nonostante all’interno siano ospitati dei servizi sanitari decentrati e funzionanti.

In quell’ospedale sono nati molti bambini, figli delle donne che non partorivano “in casa”. E proprio all’ospedale ci si rivolgeva per qualunque necessità medica. Legato ad esso, il professor Giovanni Pracanica, celebre chirurgo che tanto lustro ha dato alla nostra città, conoscitore dei suoi assistiti per nome di battesimo. Don Nino, l’infermiere, sempre in bicicletta, riceveva al Pronto Soccorso, in tempi in cui non c’era il triage, tutti quelli che avevano bisogno anche di un semplice unguento da spalmare su una distorsione. La sua battuta: “Ti fa male? Io non sento nulla”, pronunciata per sdrammatizzare, ancora risuona nelle orecchie di molti che hanno fatto ricorso alle sue cure.

Insostituibile elemento coreografico del rione, l’arrivo delle vetture a sirene spiegate. Non ce n’erano tante di macchine in quegli anni, e spesso al Pronto Soccorso si arrivava a  piedi, correndo per far prima. Ricordo ancora, quando arrivai a Milazzo ed andai ab abitare al n. 40 di Via San Francesco, la mia corsa passando da via Monastero, quindi dalle vie Scaletta e Paolo Cumbo, e poi sbucando accanto alla Chiesa di Santa Maria Maggiore, quando lasciai la falange del mignolo della mano destra sotto una macchinina in metallo! Il soccorritore era don Matteo Pergolizzi, papà di Enzo (Nino, il secondo figlio, non era ancora nato…), che abitava sotto casa mia. Era il 1956, avevo poco più di cinque anni. Mi afferrò per un braccio, fasciando con un fazzoletto il dito ferito, e mentre io piangevo ed urlavo per il dolore, lui divorava la strada a grandi falcate, ed io accanto a lui, in una corsa oggi improponibile! Un giovane dott. Calì mi applicò due punti di sutura e mi salvò il dito, rimasto da sessant’anni al suo posto con una cicatrice a ricordo di un pronto intervento e della mia prima visita in un ospedale. Ne seguiranno altre, e non solo a Milazzo. Ma grazie a Dio sono andate… a buon fine!

Quando le auto correvano a sirene “spietate” (come disse un vecchio amico) verso l’ospedale, tutti sbucavano fuori dalle case, per sapere cosa fosse successo. L’auto, stretta da due ali di folla, doveva rallentare la sua corsa, e riporta alla mente l’immagine suggestiva degli scalatori al Giro o al Tour. Tutti, radunati dietro l’ingresso al Pronto Soccorso, si improvvisavano giornalisti nel riferire ognuno la propria versione dei fatti, colorendola e arricchendola di particolari spesso inesistenti, ma soprattutto per fare la diagnosi clinica sulla gravità del caso. Per cui era probabile che una semplice contusione ad un piede, nel giro di pochi minuti diventasse … amputazione di tutta la gamba! Esagerazioni, certamente, con cui si colorivano i casi che, prima che arrivassero all’attenzione di infermieri e medici, finivano sulle pagine di quel giornale che si chiama “cuttigghiu”! Altro che EVA Express o Novella 2000!

(Santino Smedili, dal libro Dalla Sena in poi, parte 2^)

 

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