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AURELIO VISALLI, Eroe di questa nostra SICILIA e vittima di una società malata

TRE UOMINI CON LA DIVISA DELLA MARINA, UNITI DA UNO STESSO TRAGICO DESTINO; PASQUALE SIMONE NERI, GIUSEPPE TUSA, AURELIO VISALLI.

Era il 1° ottobre 2009, a Giampilieri, frazione di Messina, Sicilia, Italia (si fa per dire). La tragedia annunciata di Giampilieri ci consegnò un EROE, Simone Pasquale Neri, sottocapo di prima classe della Marina Militare, 30 anni ancora da compiere, travolto dalla marea di fango che scendeva dalla montagna mentre stava mettendo in salvo i suoi compaesani. Un figlio di questa terra, un ragazzo che stava diventando un uomo, un militare con la divisa della Marina che tante pagine di eroismo ha scritto nella storia della nostra Sicilia e della Nazione, era un’altra vittima di quell’immane sciagura.

Nel 2013, l’8 maggio, a Genova, un altro ragazzo, Giuseppe Tusa, figlio della nostra terra, paga il suo attaccamento al dovere mentre è in servizio. Anche lui indossa la divisa della Marina.

Il 26 settembre 2020, pochi giorni fa, è ancora un figlio della nostra terra di Sicilia, con la stessa divisa della Marina, ad essere risucchiato dalle onde sulla riviera di Ponente a Milazzo. Stava cercando di portare aiuto, direttamente dalla spiaggia, incurante del mare in tempesta, ad un ragazzo che si dibatteva fra le onde cercando di riguadagnare la riva. Aurelio Visalli, originario della vicina Venetico, in forza presso la Guardia Costiera di Milazzo, verrà ritrovato privo di vita il giorno dopo. Sulla dinamica, tutta da chiarire, del salvataggio, è in corso un’inchiesta a seguito delle esplicite denunce del cognato dello stesso Visalli, che ha lamentato la mancanza di attrezzature di sicurezza adottate nelle operazioni.  

Anche a Milazzo, come a Giampilieri, come a Genova, la tragedia si è consumata nel giro di pochi istanti.

Come nella frazione messinese, dove le colpe sono di una società che ha violato la natura con opere dissennate, fino a farla ribellare e chiedere vendetta, anche a danno di poveri innocenti, e come a Genova, dove le colpe sono di una società corrotta ed incosciente che ha consentito un’edificazione assurda, anche qui la colpa è di una società che ha partorito figli incoscienti e privi di qualsiasi sentimento.

La società sta mettendo al mondo i figli del male: giovani privi di umanità, tristemente uniti da uno smisurato narcisismo sfoggiato davanti ad uno strumento di manipolazione di massa, lo smartphone, che serve solo ad annientare qualsiasi volontà di ragionare e di essere propositivi. Proliferano i selfie, i filmati, gli atti di bullismo messi in rete, le tristi documentazioni di esternazioni prive di senso, infarcite di volgarità, di frasi sconnesse, di invettive, di smorfie, di sguardi ebeti, di simbologie note solo ad una generazione che ha perso qualsiasi riferimento.

Una società che ha fallito, ma tutti noi abbiamo fallito. Li riconosciamo come eredi, saranno quelli che dovrebbero sostituirci nel lavoro, nella politica, nell’amministrazione dello Stato, della giustizia, delle leggi, degli Enti pubblici e privati, nella gestione della sanità!

Le loro azioni, le loro bravate, le loro trasgressioni, le loro violazioni delle norme del vivere civile le accettiamo, anzi siamo pronti a difendere questi figli ai quali non abbiamo saputo dare quel po’ di amore che ricordiamo comunque di avere ricevuto; abbiamo invece preferito spianare le asperità sui percorsi che avrebbero dovuto compiere, per crescere; abbiamo accettato le loro richieste, non abbiamo fatto mancare nulla, tranne che l’affetto e qualche scapaccione al momento giusto!

Tutto lecito, tutto ammesso, persino le bestemmie, la blasfemia, il bullismo, il razzismo, i nuovi miti, il sesso libero anche se adolescenti, persino gli spinelli, le droghe, le chiavi di casa per rientrare all’alba; mentre noi a dormire, tranquilli e ormai avvezzi alle loro consuetudini! Omologati nel vestire, nelle acconciature, nei tatuaggi, nella strafottenza, non disdegnano l’alcol e la guida in stato di ebrezza, ma nemmeno di chiudersi in una scatoletta acquistata per loro, all’interno della quale la musica assordante li priva delle poche capacità rimaste di guidare in sicurezza, spesso abusando con il cellulare, trasmettendo messaggi, scattandosi dei selfie! 

Stiamo parlando di adolescenti, ragazzi che frequentano le medie e i primi anni delle superiori; ragazzi di tredici, quattordici, quindici anni. Promozione assicurata, scarsa propensione al dialogo, nulla quella di interloquire con i docenti costretti loro malgrado, per leggi balorde volute da questa società ipocrita, ad ammetterli alle classi successive. Stiamo parlando di alunni avviati al percorso di legalità, portando come esempio quelle vittime della mafia che riescono persino a suscitare insofferenza in chi a parole vorrebbe intitolare strade e piazze, tranne poi soprassedere perchè certi nomi sono stati già sfruttati! Alunni promossi anche se meritano la bocciatura, penalizzando chi si è sempre impegnato nello studio, e riteneva che le promozioni si ottenessero solo con lo studio!

Sono figli di una società malata, incapaci di comprendere il male fatto a se stessi e al prossimo; guai se i loro genitori osassero ricorrere a mezzi di correzione tradizionali: nei loro confronti scatteranno le minacce di lasciare casa, se non reazioni inconsulte e spropositate, e si scatenerebbero frotte di sociologi, psicologi, assistenti sociali pronti a minacciare di privarli della patria potestà! 

E’ la società di oggi, e volgendoci indietro, cercando certe trasgressioni nei nostri tredici, quattordici, quindici anni, non riusciamo a riconoscerci. Se è vero che siamo stati tutti giovani, per quanto ci sforziamo non troviamo simili comportamenti. Avevo 15 anni il 21 febbraio del 1966, quando in una normale scampagnata il più grande del gruppo, Achille, 16 anni, morì per una incidente occorso a capo Milazzo. Non abbiamo mai saputo se fosse stato vittima della nostra stessa esuberanza giovanile o di una tragica fatalità, ma mi è rimasto impresso nei ricordi che non si cancelleranno mai i suoi occhi che guardavano avanti, il suo sguardo che forse chiedeva aiuto, quelle sue mani aggrappate alle rocce, prima di perdere la presa e cadere nel vuoto!

Non aveva sfidato la sorte, non ce ne sarebbe stato motivo: forse era scivolato, ma non aveva emesso alcun grido, come se volesse farcela da solo. Nè udimmo alcun grido durante il tragico volo, prima di sentire quello dei soccorritori che lo videro privo di vita sugli scogli!

Avevamo quattordici e quindici anni. Pagammo un prezzo troppo alto per la nostra adolescenza, che non avevamo trasgredito, in una giornata che anticipava la primavera. Era la società di ieri, diversa da quella di oggi. Ed oggi ci ritroviamo in una società che non riconosciamo essere nostra, ma che siamo stati colpevoli di non aver saputo modificare in meglio. 

Sono questi i figli del terzo millennio? E’ questa la sventurata profezia che si sarebbe dovuta avverare con l’arrivo del 2000?

Chi aveva tirato un sospiro di sollievo, così come avvenne con lo scoccare della mezzanotte dell’anno Mille, quando non era giunta la catastrofe annunciata, sta cominciando a ricredersi.

Ci auguriamo solo di non esserci quando la catastrofe arriverà veramente: non abbiamo più le forze degli anni della contestazione. Ciò che accade giornalmente ci fa comprendere che da giovani abbiamo lottato per un ideale, ma sicuramente abbiamo sbagliato in qualcosa. Ne renderemo conto al Padre quando ci presenteremo al Suo cospetto. E lì ritroveremo Pasquale Simone Neri, di Giampilieri; Giuseppe Tusa, di Milazzo; Aurelio Visalli, di Venetico. Tre uomini in divisa, vittime innocenti delle colpe di una società costruita da noi.

Ci avranno perdonato?

 

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