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“DA PRETE A BRIGANTE” SABATO 21 LUGLIO A MILAZZO, NELL’ATRIO DEL CARMINE.

MONOLOGO SUL BRIGANTAGGIO IN ALTO SALENTO, CON UN AUTORE PUGLIESE, ANTONIO FANELLI, CHE HA ALLE SUE SPALLE UN RICCO CURRICULUM. 

“… Dalla decisione della recitazione di una storia popolare, localizzata con precisione, in lingua, così da rendere il monologo stesso fruibile da un pubblico di qualsivoglia tipo e provenienza, alla scelta di presentare il lavoro come un tempo i cantastorie itineranti proponevano i loro racconti (sempre legati alla realtà storica).”… (Rolando Di Bari, Vigevano) 

Dopo aver “ascoltato” il teatro di Antonio Fanelli non ho potuto fare altro che constatare, con mio enorme piacere, che esiste ancora chi fa davvero Teatro. Ma cosa significa fare Teatro? Il Teatro è una tra le più antiche forme d’arte. È una danza  che avvicina la gente, che accarezza la memoria, che unisce tutti in un unico viaggio. È il privilegio di essere in uno spazio temporale la cui unicità sta nella possibilità di esserci a proprio modo. Da spettatori e da attori. 

Sono comunque refrattaria a una definizione conclusiva e definitiva. Il Teatro è sicuramente rapporto tra chi contempla e si riconosce e chi di questo ascolto fa azione. Il Teatro dove le strutture sceniche e scenografiche hanno la loro ovvia importanza oltrepassa la materialità e nulla è lasciato al caso. Grande e faticoso è dunque il compito dell’attore, questo temerario che, attraverso il linguaggio del corpo, i toni di voce, la scelta dei ritmi porta la verità nel suo significato più intrinseco,mettendo noi spettatori di fronte a una serie di interrogativi e analisi profonde, di indagine forse più accurata, in tempo reale… Impatto emotivo che induce lo spettatore a crearsi un proprio punto di vista così come accade nella vita. Non è forse la vita stessa un grande palcoscenico? 

Antonio Fanelli è davvero un attore di grande calibro e  professionalità. Mai scontato, mai banale, a proprio agio sulla scena, non declama ma racconta, prima, fino a entrare nel personaggio vissuto con la stessa sofferenza e indignazione, e con lo stesso dolore, tanto  da rasentare la perfezione a cui ogni grande attore anela. Un attore completo, in grado di “interpretare”, di “vivere il personaggio”, totalizzandosi in esso, grazie a una padronanza dei ritmi, a un assoluto dominio dell’alternanza tra parola e silenzi, a un felice consapevolezza della valenza del significato che ogni vocabolo assume in funzione dell’uso che se ne fa e delle modalità con cui esso viene enunciato. Ma lo spessore dell’attore, invero notevole, non deve far dimenticare la validità dell’autore. Antonio Fanelli è anche artefice, sensibile e appassionato, di una produzione teatrale importante, che spazia dal dramma alla commedia (con predilezione per tematiche storiche e sociali), dalla interpretazione – e reinterpretazione – di canzoni e musiche popolari e cantautoriali contemporanee alla proposta di nuove forme espressive. Un esempio eclatante delle sue capacità, attoriali e autoriali, è rappresentato dal lavoro teatrale  “Da prete a brigante” , un testo che trae le sue origini da una storia vera. Una delle tante vicende di miseria e nobiltà che sempre hanno animato l’esistenza delle popolazioni del Mezzogiorno italiano. Ma non è soltanto una delle tante trite e ritrite storie di stenti e meschinità. Il testo va ben oltre.

L’autore dipinge qui un vivace affresco di vita ottocentesca. Le tinte sono forti, talvolta cupe, così come fosche e in parte truci sono le vicende narrate. Ma c’è anche molto umanissimo amore, tra le pieghe del dramma. Amore per i veri valori della vita: per la giustizia, per l’uguaglianza sociale, per il diritto a vivere e non solo a sopravvivere. La genialità dell’Autore si evidenzia nella sua pienezza proprio nel saper creare un perfetto amalgama di tutti gli elementi che intervengono – o che dovrebbero  intervenire – a fare del Teatro una delle più  significative e complete tra le arti, che stimoli il cuore e, insieme, l’intelletto, e ne solleciti  non soltanto un esteriore senso del piacere ma anche la capacità di giudizio e la sua potenzialità a cercare più giuste vie tra le tante percorribili. L’interpretazione, sulla scena, è funzionale al raggiungimento di tali risultati. I tempi sono incalzanti, ma non concitati, affinché il pubblico abbia, a sua volta, la possibilità di assimilare e riflettere. Grande la bravura dell’attore-autore a conservare il senso della misura e a non lasciarsi trasportare eccessivamente dall’enfasi e dall’ansia di impressionare ed esaltare il suo pubblico; la sua recitazione è un perfetto impasto di parole e silenzi. Parole che non urlano e silenzi che non stemperano. Non va, infine, dimenticata la potenza evocativa della musica, che delle parole e dei silenzi stessi sottolinea e accentua, dove necessario, la forza. La padronanza del palcoscenico è totale ma non invasiva, perché sia chiaro che il protagonista è e deve restare il “prete-brigante” e non colui che lo interpreta sul palco. L’essenzialità della scenografia e degli oggetti utilizzati è essa pure mirata al coinvolgimento dell’attenzione del pubblico senza che elementi accessori ne distraggano la concentrazione e la tensione. Esemplare è, a tale scopo, la durata del monologo, accuratamente scelta onde far sì che emozioni e sensazioni rimangano vive e alte durante l’intera rappresentazione. 

 Angie Patti Picciolo

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