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GRANDIOSO IL TEATRO STABILE DI MILAZZO CON PIRANDELLO IN SCENA!

lumie di siciliaLO AVEVAMO ANTICIPATO, E LE ATTESE NON SONO STATE DELUSE. AL COMMENTO DI FRANCESCO D’AMICO, SEGUE UNA PERSONALE RIFLESSIONE DEL NOSTRO DIRETTORE. 

Il tempo inclemente del 7 agosto, domenica, ha consigliato di spostare la serata in onore di Luigi Pirandello, organizzata dal Teatro Stabile di Milazzo con tre atti unici, al mercoledì successivo, 10 agosto, San Lorenzo. In quella stessa sera il folto pubblico non è rimasto a fissare in cielo, bensì il palco montato nell’Atrio del Carmine. Nessuna distrazione, per poter gustare il lavoro messo in scena dalla compagnia che si è affidata a Gimmy Coppolino, eccellente regista e superlativo attore protagonista nell’atto unico L’Uomo dal fiore in bocca, che ha concluso le due ore di spettacolo. Un commento che parte proprio dalla fine, dove l’attore regista, discepolo per anni del Maestro Vincenzo Messina, ha affinato la sua arte recitativa alla scuola della Comencini, a Roma. Vagamente rassomigliante ad un grande del cinema e del teatro, Edward G. Robinson, per la sua stessa struttura fisica e lo sguardo penetrante, Coppolino fa cogliere la drammaticità del Pirandello nel monologo in cui, come protagonista, è dibattuto fra l’attaccamento alla vita e la fuga dalla realtà. L’epitelioma, “… nome dolcissimo… più dolce d’una caramella…”, lo ha condannato alla morte. Vorrebbe vivere gli ultimi giorni della sua vita come vuole lui, felicemente, ma la moglie glielo impedisce e per sfuggire a questa realtà cerca di immedesimarsi nella vita degli altri. Sulla scena, con lui, un sorprendente Nino Cagliari, l’avventore del bar della stazione: non ha le stesse preoccupazioni del protagonista, per lui in quel momento c’è il rimpianto di aver perso l’ultimo treno. Ma deve scoprire a sue spese che la discussione per far passare il tempo si trasforma in un monologo che egli stesso è costretto a subire. Infine, Tiziana La Macchia, la moglie, entrata in scena quasi in punta di piedi, per stare ancora una volta accanto all’uomo che la morte sta portandosi via.

Siamo partiti proprio dall’ultima rappresentazione per fare emergere la validità di una compagnia che ha saputo interessare il pubblico, coinvolgendolo. Non sono sfuggiti i gesti scaramantici nei quali parecchi spettatori si sono rifugiati quando Cesare Terragna – Chiarchiaro ha scagliato i suoi anatemi, non solo nello studio del magistrato che avrebbe voluto archiviare una denuncia, ma rivolgendosi alla numerosa platea, che, quasi preoccupata, ha mostrato la nostra atavica paura della iettatura! Grandiosa Tiziana la Macchia, che ha interpretato la figlia di Chiarchiaro, succube del genitore e vittima al tempo stesso di paure ancestrali, e per questo costretta a stare rinchiusa in casa. Non sfugge all’attento spettatore l’amore del giudice nei confronti di un uccellino, unico ricordo vivente della vecchia madre. La morte improvvisa del piccolo animale, rinchiuso in gabbia, lo spinge a concedere quel “pezzo di carta” che lo stesso Chiarchiaro chiedeva: la patente, riconoscimento della sua forza interiore che terrorizza e, contando sulla paura, garantisce al protagonista un’insperata fonte di guadagno!

E infine Lumie di Sicilia, con lo sdoppiamento di Nino Calcagno che, da usciere prettamente dialettale ne La patente, sfoggia un linguaggio più ricercato nella metropoli, dove si reca per coronare il suo sogno d’amore con la sua Teresina, incantevole Sina Marnis che ha fatto il salto di qualità nell’alta società. Non tradisce l’amore per la sua terra il nostro Micuccio, così come la stessa zia Marta. Subisce impassibile gli sberleffi delle due cameriere, brillantemente interpretate da Rossella Aliotta e Maria Da Campo, che si integrano a vicenda e danno vita ad un esilarante duetto che vivacizza la prima parte del lavoro portato in scena. Ammiccamenti, battute, risate e imposizioni nei confronti del povero Micuccio le rendono vive e attuali, e non sappiamo se lo stesso Pirandello abbia voluto rappresentare, nelle due cameriere di una città del Nord (due giorni di viaggio…), le stesse caratteristiche individuate anche nelle case nobiliari siciliane nelle stesse donne di servizio! Non sono sfuggiti al pubblico i ruoli di Santino Puliafito e Stefania Gitto, entrambi indispensabili per descrivere nel primo la superstizione che non era solo avvertita nella classe umile e analfabeta (Puliafito è un giudice, che teme Chiarchiaro nonostante le sua preparazione culturale) e nella seconda l’amore per la terra, i ricordi di un mondo lontano, che emergono nel dialogo fra lei, zia Marta, ed il giovane Micuccio che consegna a lei sola i limoni della sua Sicilia, restituendo a teresina con un gesto di disprezzo il denaro che gli era stato mandato per curarsi. E Teresina, cantante affermata che aveva rinnegato il suo passato, nega quelle Lumie di Sicilia che forse ricordavano la sua terra e le sue umili origini. Pirandello chiude seccamente la sua opera troncando di netto un rapporto forse inesistente fra i due, una sorta di amore platonico che si era fatto strada nella mente semplice di un giovane del Sud.

Un plauso a Orazio Carnazzo e alle sue note struggenti che hanno accompagnato i momenti salienti delle tre rappresentazioni; ed a Massimo Raffa che ha introdotto con poche ma efficaci tratteggi i lavori, soffermandosi su Pirandello, figlio di questa terra.

 

 

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