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LA PERSECUZIONE DEI CRISTIANI IN MEDIORIENTE, SE NE E’ PARLATO AL “LEONARDO DA VINCI”

L’ITET “Leonardo da Vinci” di Milazzo ha ospitato, il 27 aprile, un incontro sul tema della persecuzione dei cristiani in Medioriente, promosso dalla locale sezione del movimento ‘Regnum Christi’, con la partecipazione del prete missionario dei Legionari di Cristo – nonché teologo e filosofo- Padre Miguel Cavallé Puig e del giornalista Jaume Vives Vives (entrambi originari di Barcellona di Spagna), autore di libri e documentari presentati in varie parti del mondo.

Quello dei cristiani perseguitati per la loro fede è un argomento “eternamente attuale”, che nell’ITET “da Vinci” ha trovato terreno particolarmente fertile, poiché – come ha ricordato la preside Stefania Scolaro introducendo il dibattito – “la nostra scuola è sempre stata capace di gettare uno sguardo sul mondo, promuovendo e attuando i valori dell’accoglienza, della libertà di scelta e del rispetto sacro della persona umana, pur nella diversità di fedi e culture”. In particolare, l’Istituto milazzese è diventato portatore, negli ultimi anni, della testimonianza di un alunno, Sunday Fasasi, originario della Nigeria, che ha vissuto sulla propria pelle gli orrori dell’intolleranza e della persecuzione religiosa. La sua storia è narrata nel docufilm “Sunday” del regista messinese Danilo Currò, in lizza per il David di Donatello.

Per l’occasione è stato proiettato l’ultimo lavoro di Jaume Vives Vives, una video-inchiesta girata nel 2015 in Iraq tra i campi per rifugiati cristiani scampati alla furia dell’Isis, nella pianura di Ninive (capitale dell’antica Assiria, citata nell’Antico Testamento, nota anche per aver accolto il messaggio cristiano fin dall’origine, all’epoca degli apostoli, sette secoli prima dell’islam). I cattolici di questa parte di antica Mesopotamia possiedono il medesimo spirito di perseveranza delle comunità cristiane degli albori; le atrocità subite non li hanno mai esposti a tentennamenti: essi non hanno mai abiuratola loro fede, preferendo la sofferenza e il martirio piuttosto che rinnegare Gesù. In quei luoghi il sedicente Stato islamico ha dispiegato tutta la propria crudeltà: la realtà dei fatti è raccontata con dovizia di particolari nel film di Valdes. La sua è un’attività che ha il sapore della missione, animata da tanto coraggio e, soprattutto, da un incrollabile sentimento di fede “che permette di superare qualunque ostacolo”,come ha detto il giornalista spagnolo.

Padre Miguel Puig, già relatore all’ITET lo scorso settembre per un convegno su Occidente e Islam, ha introdotto Jaume Vives, sottolineando il valore di un’inchiesta condotta sul campo, ai fini della piena conoscenza degli avvenimenti. “Spesso da noi non arrivano informazioni complete – afferma il sacerdote -. Il lavoro di Jaume garantisce un’informazione sicura e di prima mano su tutto ciò che accade nei luoghi dove l’Isis ha preso il potere, senza i filtri del politicamente corretto. Egli ha mostrato davvero un grande coraggio cimentandosi in quest’operazione. Nel 2014, dalla sua esperienza con i rifugiati cristiani iracheni e siriani in Libano, nasce il libro ‘Viaggio nell’orrore dello Stato Islamico’. L’anno successivo visita per la prima volta l’Iraq, accompagnato da sei amici giornalisti, e realizza il primo reportage sulle persecuzioni dei cristiani. Tornerà nel paese mediorientale nel 2017,per una seconda inchiesta ora in fase di preparazione”. Jaume Vives Vives, classe 1992, ha iniziato la professione di reporter tra i sobborghi di Barcellona, raccontando la vita dei senza tetto e delle donne di strada (esperienza da cui sono scaturiti quattro libri). Il proposito di narrare le vicende dei cristiani iracheni matura a seguito di un dubbio: “Volevo appurare di persona la fondatezza delle notizie sulla persecuzione dei cattolici in Medioriente, perché all’inizio mi sembravano un po’ esagerate, forse (pensavo) venivano montate ad arte per conseguire uno scopo politico”, spiega il giovane reporter. “Andando lì invece mi sono reso conto che le notizie conosciute da noi rappresentano solo una piccola parte della situazione reale”.

Non è stato facile produrre e diffondere il documentario: “Il mio ringraziamento più grande va a Dio, perché portare a termine il lavoro è stato un vero e proprio miracolo. Abbiamo incontrato mille difficoltà, anche al rientro in Spagna, in quanto nessuno era disposto ad aiutarci. Un regista cattolico che all’inizio aveva sposato il nostro progetto, garantendoci pieno supporto, in seguito ha deciso di scartarlo, abbandonandoci al nostro destino. Ma non ci siamo persi d’animo e, alla fine,abbiamo coronato comunque il nostro sogno”. “La forza della fede aiuta a non arrendersi – s’illumina lo sguardo di Vives -. Dio alle volte crea degli ostacoli, per poi farceli superare e rendere le cose ancora più belle”.

In Iraq e in Siria è in atto un vero e proprio genocidio moderno. Secondo un recente rapporto dell’organizzazione ‘Christian Freedom International’, ogni cinque minuti un cristiano muore martire nel mondo.

Noi occidentali ci vergogniamo a definirci cattolici -riprende Vives con amarezza -. In Iraq e in tante altre parti del mondo, le persone vengono uccise per la loro fede. Eppure queste persone avrebbero validissimi motivi per non dirsi cristiane, perché il rischio è di perdere tutto quello che hanno. Invece non rinnegano mai il Signore e ci trasmettono un messaggio importantissimo, non a parole ma con l’esempio: vale la pena sacrificarsi per Cristo. Non si tratta di eroi – prosegue il reporter -,sono persone come tutti noi, coi loro vizi e debolezze; che però, in un preciso momento, hanno trovato il coraggio di dire: ‘sì, io sono cristiano’, accettandone le conseguenze. Ogni giorno questi cristiani danno tutto ciò che hanno a Cristo, muoiono per Lui. Gesù ha pensato al proprio martirio per tutti gli uomini; e noi cosa facciamo per aiutare i fratelli perseguitati? Visitando le famiglie rifugiate, ho provato invidia per la gioia e la pace che quella gente è in grado di trasmettere”.

Un’ultima riflessione prima della visione del documentario: “Ho conosciuto una famiglia con otto bambini rifugiata a Erbil: all’inizio vivevano per la strada, poi sono riusciti ad ottenere una tenda di campagna e infine un container. La mamma ha messo al mondo il nono bambino che aspettava quand’erano fuggiti. Hanno accolto me e la mia troupe con estrema premura e con tutte le attenzioni, come se fossimo noi ad avere bisogno d’aiuto e non loro; trattandoci veramente da re. ‘Mai ci siamo sentiti abbandonati da Dio’, hanno detto, pur vivendo in un inferno. In questa frase risiede tutta la verità: se Dio li avesse abbandonati, sarebbero caduti nella disperazione più profonda, invece così non è stato. Il mondo non può capire come sia possibile vivere la sofferenza più estrema con la pace e l’allegria. Cristo perora sta vivendo in Iraq dentro ognuno di questi cristiani perseguitati in Suo nome”. “Sarebbe una grazia per noi occidentali – ha concluso – riuscire a comprendere l’immenso valore di questa testimonianza e prendere esempio dalla gioia dei cristiani iracheni. Per ricevere tale dono, però, occorre prima aprire il cuore a Dio e pronunciare davanti a Lui il nostro ‘sì’”.

Francesco D’Amico

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