Home / Cultura / MILAZZO, CHIESA DI S. ROCCO, APPUNTI PER UNA VISITA FRA LA STORIA E LA RELIGIONE…

MILAZZO, CHIESA DI S. ROCCO, APPUNTI PER UNA VISITA FRA LA STORIA E LA RELIGIONE…

Un’anticipazione di quel che potrete scoprire visitando la Chiesa di S. Rocco, a Milazzo…
A Milazzo esiste una chiesetta che conserva l’effigie di San Rocco, statua in legno e cartapesta del 16° secolo. Tale chiesa è stata edificata nel 1575 per voto popolare a seguito di una pestilenza che sconvolse la città. Di proprietà della Società Marittima, è un tipico esempio di chiesa fortezza rinascimentale, e sorge su una collinetta affacciandosi sulla riviera di levante e di ponente. Si inserisce perfettamente in un percorso religioso che, partendo dalla chiesa di San Giacomo, toccando la chiesetta di Santa Caterina d’Alessandria, quindi il Santuario di San Francesco da Paola, prosegue verso la parte alta della città dove erano state edificate ed aperte al culto le chiese dell’Immacolata, di San Gaetano, del SS Salvatore, della Madonna del Rosario, di San Giuseppe, per finire all’interno del Castello, dove era stato edificato l’antico Duomo
LA VITA DI S. ROCCO
San Rocco nacque nel 15° secolo a Montpellier in Francia, da genitori avanti negli anni. La madre gli impartì un’educazione molto religiosa, e i suoi comportamenti abituali (consolare il pianto dell’orfano, prestare assistenza all’infermo, dare da mangiare all’affamato), il suo carattere amabile nonostante le sue ricche origini, ricordavano a distanza di un secolo Francesco d’Assisi a cui Rocco era devoto. 
Rimasto orfano in giovane età, distribuì i suoi averi ai poveri e iniziò il suo pellegrinaggio verso Roma. In quel secolo in Europa era molto diffusa la peste e il giovane Rocco si dedicò con impegno a soccorrere gli ammalati. Un fatto straordinario accompagnò la missione del giovane pellegrino: su invito di un angelo, benediceva gli appestati con il segno della croce e all’istante li guariva toccandoli con la mano taumaturgica. Così, in breve tempo, l’epidemia si estinse. 
Al ritorno da Roma, si fermò a Piacenza dove era scoppiata una nuova epidemia di peste. Egli stesso ne fu contagiato, e per non contagiare a sua volta altre persone, si ritirò in una grotta, dove un cane gli portava, ogni giorno, un tozzo di pane preso alla mensa del suo padrone, il nobile Gottardo Pallastrelli; questi, seguendo il cane, si accorse del giovane Rocco, ammalato, e si prese cura di lui. Una volta guarito, Rocco riprese il suo viaggio, e lo stesso Gottardo Pallastrelli, affascinato dalla sua fede, avrebbe voluto seguirlo. Ma Rocco glielo sconsigliò. Il viaggio di Rocco si interruppe nei pressi di Voghera, dove il giovane, con la barba lunga e incolta, avvolto in misere vesti, con il volto trasfigurato dalla sofferenza, aveva chiesto ospitalità. Scambiato per spia del nemico, fu dapprima arrestato, quindi condotto davanti al Governatore che, nonostante fosse suo zio da parte di padre, non lo riconobbe; e nulla fece Rocco per farsi riconoscere. Fu messo in carcere, e passò gli anni di prigionia in silenzio e castigando la sua persona con privazioni, continue veglie e flagellazioni cruente. 
Il suo comportamento insospettì un sacerdote, che aveva il compito di confortarlo; ma nemmeno i suoi tentativi di convincere il Governatore a liberarlo ebbero buon esito. Rocco si lasciò morire nella notte fra il 15 ed il 16 agosto di un anno tra il 1376 e il 1379. L’annuncio della sua morte destò un immenso dolore nella popolazione, sgomenta per aver fatto morire un innocente in carcere. La commozione esplose quando a fianco della sua salma venne ritrovata una tavoletta, sulla quale erano incisi il nome di Rocco e le seguenti parole: «Chiunque mi invocherà contro la peste sarà liberato da questo flagello»; ma soprattutto, suscitò scalpore il riconoscimento del corpo da parte della madre del Governatore, la nonna di Rocco, che grazie alla croce rossa impressa nelle carni identificò in lui suo nipote. Il compianto di un’intera cittadinanza fu il premio di tanta virtù, ed in sua memoria la salma, sulla quale si scolpirono le parole rinvenute sulla tavoletta, venne deposta in una grande chiesa. San Rocco è il Santo più invocato, dal Medioevo in poi, come protettore dal terribile flagello della peste, e la sua po-polarità è tuttora ampiamente diffusa. Il suo patronato si è progressivamente esteso al mondo contadi-no, agli animali, alle grandi catastrofi come i terre-moti, alle epidemie e malattie gravissime; in senso più moderno, è un grande esempio di solidarietà umana e di carità cristiana, nel segno del volontariato. 
Il culto per il Santo si diffuse dalla 2^ metà del 15° secolo anche nell’Europa occidentale, ma è molto sentito nel centro e nel sud Italia. 
San Rocco si commemora il 16 agosto.

LA VISITA DELLA CHIESA

Da quando è stata riaperta, nel mese di maggio 2018, ed affidata per la gestione e la valorizzazione all’Associazione Provinciale Statistici di Messina, che si avvale della collaborazione dell’Associazione ALUNNI DEL LICEO CLASSICO G.B. IMPALLOMENI, del Gruppo TEATRO 71 e dell’Associazione TESEO, la chiesa di S. Rocco ha puntato essenzialmente sulla pulizia di una zona che da anni era stata trascurata dai circuiti turistici culturali e storici. Per prima cosa, si è intervenuti per estirpare erbacce, canneti, rovi e agavi cresciuti spontaneamente al punto da infestare tutta la collinetta. Oggi dalle piazzole che circondano la chiesa si può ammirare un panorama con le isole Eolie, l’Etna, il mar di levante e quello di ponente, fino al Tindari, mentre sono stati messi a dimora piante e fiori 
Le precarie condizioni della struttura hanno suggerito di effettuare lavori di manutenzione ordina-ria alla volta, alla copertura, alla cupola, alla facciata, per evitare il deperimento del bene artistico e architettonico, oltre che danni ai visitatori derivanti dal crollo di intonaci. 
Nel corso dei lavori è stata rinvenuta all’interno della cripta una lapide che testimonia la presenza nella chiesa di una Confraternita, dedicata a S. Rocco, e datata 1853. La lapide, spezzata in diverse parti, è stata ricomposta e ricollocata nella chiesa, sul pilastro di destra accanto all’ingresso. 
La cripta, risalente al XVI secolo, ha 18 posti in pietra. Su di essi venivano messi a sedere i monaci defunti, per l’”essiccazione” dei corpi dopo la morte. Un contenitore in argilla smaltata forato alla base raccoglieva i liquidi corporei, che venivano convogliati in una tubazione esistente sul pavimento della cripta.
Prima ancora della ristrutturazione della collinetta sulla quale sorge la chiesa, la cripta era dotata di due sbarre che permettevano la ventilazione, a forma di croce ed ancora conservata. 
Di pregevole fattura gli stucchi, che risalgono al 1700, ad ornamento dei pilasti della chiesa, dell’arco principale e dell’abside, con motivi vegetali e puttini dal carattere rococò, opera dello scultore milazzese Giuseppe Facciolà. 
L’altare maggiore, del ‘700, è in legno ma non si ritiene essere l’originario, costruito per la chiesa (che, ricordiamo, fu edificata nel 1575!). Infatti, si nota una forzatura nell’inserimento che ha portato alla rimozione delle cornici laterali dei quadri (rubati!) nell’abside. La copertura della chiesa si presenta a botte: infatti sono state asportate le tegole visibili nelle foto degli anni 50, che evidenziano come la colorazione della cupola fosse rossa! I due altari laterali sono dedicati alla natività di Maria Santissima Bambina, la cui processione, suggestiva, si teneva all’alba dell’8 settembre, e a Santa Caterina Labourè, o della Medaglia Miracolosa, che viene venerata il 27 novembre. Sull’altare di destra è visibile l’arcata cinquecentesca, che era stata danneggiata da interventi dissennati di restauro; lo stesso non può dirsi dell’altare di sinistra, restaurato facendo abuso di cemento che ha pregiudicato la volta. Nei due altari sono stati realizzati due tabernacoli, opera dello scultore milazzese Stefano Cartesio, nel 2001. 
Un monumento marmoreo, realizzato nel 1876, è stato dedicato al Comandante Giuseppe Paratore, ed è posto sul lato destro della chiesa.
Dal 2 giugno 2018 si tiene la MOSTRA PERMANENTE DEL PRESEPE intitolata ad un milazzese appassionato di presepi, Valentino D’Amico. La mo-stra ospita una cinquantina di lavori realizzati in Italia e all’estero, e si arricchisce giornalmente di piccoli capo-lavori che incantano i visitatori.

LA PASSIONE DI CRISTO, opera realizzata dal milazzese Pippo Napoli, è un plastico di mt 2.20 x 3.20 che riproduce le scene della Settimana Santa, dall’entrata di Gesù a Gerusalemme, e via via l’Ultima Cena, l’orto degli Ulivi, il tradimento di Giuda, la cattura di Gesù e la consegna a Caifa, il processo davanti a Ponzio Pilato, la flagellazione, la condanna a morte, la salita al Calvario, la Crocifissione, fino all’impiccagione di Giuda. Le varie scene ruotano attorno alla Crocifissione, che occupa la parte centrale del plastico e rappresenta il momento di meditazione e di preghiera di tutto il lavoro. La drammaticità si coglie in alcuni quadri: il bacio di Giuda, la flagellazione, il processo a Gesù, la folla che accompagna Gesù al Calvario, la morte di Gesù, il pentimento di Giuda che si impicca per il rimorso. Pippo Napoli, artista che ama riprodurre soggetti sacri e scene della Vita di Cristo, ha realizzato, fra gli altri, anche una natività con una successione di episodi che vanno dall’annuncio del Censimento, al viaggio a Betlemme, alla vita movimentata della città, alla nascita del Salvatore, alla visita dei Magi.

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.