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MIMMO MAISANO, APPUNTAMENTO CON LA MORTE!

GLI ULTIMI ISTANTI DI QUEL GIOVANE DI VACCARELLA… DA ALLORA SONO PASSATI 50 ANNI!

MIMMO MIASANOAccadde tutto all’improvviso, il 5 giugno del 1965. Quei quaranta ragazzi, con il loro comandante, non ebbero nemmeno il tempo di capire che la morte li stava aspettando. Tutti assieme, perché così aveva deciso! Ma la morte li aveva messi di fronte ad una scelta: o loro, o altre migliaia di persone, forse l’intera città. Un disastro immane che il comandante e quei ragazzi preferirono evitare, immolando le loro vite. Rinunciando al loro futuro, a formarsi una famiglia, a rivedere i loro cari. Forse ebbero il tempo di pensare a chi avevano lasciato a casa, a recitare l’ultima preghiera, a pronunciare quel nome che ricorre sempre, a qualsiasi età, in tutti i momenti in cui si è soli e si invoca aiuto: mamma! C’era fra quei quaranta eroi anche un giovane milazzese, Mimmo Maisano. Prima di lui la città di Milazzo aveva perso altre giovanissime vite: Carmelo Bonina, affondato a soli venti anni con la sua nave Diaz; Francesco Calascione, anche lui di venti anni, e anche lui affondato in combattimento con il suo incrociatore, l’Alberto di Giussano; Giuseppe Cambria, cannoniere sull’incrociatore Trento, morto a soli 19 anni; Nino Catanzaro, affondato con il sommergibile sul quale era imbarcato; Ettore Celi, ufficiale di marina, caduto nelle tragiche giornate dell’aprile 1945, a pochi giorni dalla fine delle ostilità; il tenente di vascello Nino La Rosa, caduto in combattimento in Africa; Salvatore Maiorana, 21 anni, silurato sulla sua torpediniera; Giorgio Rizzo, figlio di Luigi Rizzo, caduto nel 1943, a 22 anni; e ancora Franz Maiorana, Mariano Maio, Pietro Gitto, e tanti altri, che giacciono in fondo al mare, o non più tornati per avere una degna sepoltura, dove si possa recitare una preghiera o portare un fiore. Mimmo era imbarcato sulla turbocisterna LUISA. Come il papà, Peppino, aveva intrapreso il duro lavoro di marittimo. In tanti lo hanno fatto a Milazzo, e tanti altri vorrebbero farlo, se ce ne fosse l’opportunità, perché nel nostro popolo è forte il richiamo del mare. Reduce da altri imbarchi, attendeva nella sua città di essere chiamato. Ma la sua sorte era stata decisa: infatti rifiutò un imbarco, per motivi personali, e accettò di partire a bordo della LUISA, pochi giorni dopo… Una partenza come tante altre, un saluto che era diventato consuetudine, un arrivederci a tutti coloro che lo conoscevano e lo avrebbero rivisto qualche mese dopo… La destinazione era il Golfo Persico, per il solito carico di petrolio da trasportare nelle raffinerie. Qui la morte lo attendeva. Mentre stavano caricando greggio, un incendio a bordo! Non c’era tempo da perdere, bisognava abbandonare la nave, mettersi in salvo. Ma l’ordine del comandante fu perentorio: “Stacchiamoci dalla banchina, presto, altrimenti è una catastrofe!”. L’equipaggio capì che era quella l’unica soluzione: nessuno obiettò alla decisione di Lazzaro Parodi, 38 anni, Lazzarin per gli amici, di Varazze. Tutti avevano anteposto il prossimo a se stessi. La petroliera LUISA fu condotta fuori delle installazioni petrolifere di Bandar Mashour. Fuori dai terminali di carico, esplose improvvisamente, portandosi via 41 eroici ragazzi, che avevano scelto di morire pur di salvare migliaia di vite umane. I corpi furono recuperati, irriconoscibili, e avrebbero dovuto essere riportati in Italia. Ma il governo locale, che avrebbe dovuto erigere un monumento a quagli eroi, tenne i corpi in ostaggio. Un’assurda richiesta al governo italiano, che rimane impassibile a subire condizioni unilaterali: lo sgombero dell’imboccatura del porto, poiché si trattava di una nave italiana. Ma l’Italia non poteva pagare le spese, poiché la LUISA batteva bandiera panamense: per cui il braccio di ferro andò avanti per anni, fino a quando, grazie all’intervento decisivo della STELLA MARIS, i corpi, irriconoscibili, poterono fare rientro in patria, a Venezia. Proprio l’impossibilità di qualsiasi riconoscimento convinse il Ministero a disporre la tumulazione nel sacrario di Mariport, a Porto Marghera, fra le vittime del mare. Nella bara di Mimmo Maisano fu messo un vestito, conservato gelosamente dai genitori: l’unico oggetto a ricordo del giovane eroe milazzese. Il governo italiano stanziò per la famiglia 9000 lire per il lutto e 600 lire per il vestiario. Altre 1500 lire sarebbero state erogate dalla Prefettura. Importi irrisori, che anche se fossero stati più consistenti non avrebbero mai ripagato la perdita di un giovane, e che comunque i familiari rifiutarono. Mimmo Maisano, qualche anno fa, è tornato a rivivere in mezzo alla sua gente, a Vaccarella. L’Amministrazione comunale gli ha intitolato una strada, affinchè di lui si continuasse a parlare, come se fosse ancora in mezzo agli amici che nel frattempo erano diventati grandi, anziani, vecchi, si erano formati una famiglia, e conservano sempre il ricordo di uno di loro, che quel tragico 5 giugno del 1965 aveva sacrificato la sua vita, assieme a quella di altri 40 eroici compagni di lavoro, rifiutando la proposta della Morte: o voi, o l’intera città e migliaia di vite umane. Gesto eroico e nobilissimo, che ingigantisce la figura di questo giovane, a distanza di 50 anni dalla sua scomparsa, e lo colloca fra gli eroi dei quali Milazzo deve essere orgogliosa e fiera e non perdere la memoria. La città di Milazzo gli ha dedicato una strada, nel suo rione, Vaccarella. La Stella Maris continua a rendere vivo il ricordo, ogni anno… e lo farà per tanti anni ancora. Affinché i Milazzesi sappiano!

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