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PINO IMBESI, uno della nostra generazione

Se ne andava tre anni fa, ma la sua foto è rimasta sempre sul monitor del mio PC, ad alternarsi con cartelle, immagini e link che periodicamente vengono spostati ed archiviati. Quella no, ormai è una compagnia, una presenza che mi rassicura, un rapporto di amicizia che mi accompagnerà chissà fino a quando. Addirittura facebook, ignorando la sua partenza, lo mantiene fra i miei amici.

Pino Imbesi aveva raggiunto Letizia, lassù… Da quando lei era andata via per sempre, lui non era più lo stesso.

Eravamo stati compagni di classe, di scuola, di giochi, d’infanzia. Ci univa un’amicizia che durava da 60 anni; eravamo bambini, alunni del prof. Foti in quegli scantinati della vecchia scuola elementare. Un percorso scolastico durato fino al terzo Liceo Impallomeni, di quella classe che si ritrovava periodicamente per rivivere le magiche emozioni di anni rimasti indelebili in ognuno di noi, ma improvvisamente interrotto quando la sua Letizia, compagna di classe che aveva sposato, ci lasciò per sempre. E da quel giorno abbiamo mantenuto fede ad un impegno: non incontrarci più per divertirci, spensieratamente, per rispetto nei confronti di chi ci aveva lasciato.

A scuola ognuno di noi aveva un soprannome, che ci avrebbe contraddistinto anche negli anni successivi: lui era definito Homo Sapiens, riconoscimento precoce della sua maturità e della sua serietà, che noi, legati come eravamo allo spirito goliardico e alla trasgressione, prendevamo sottogamba. Un soprannome che lui accettava, bonariamente; e in virtù di questo non perdeva l’occasione per richiamarci al dovere, alla disciplina, allo studio… Tempo perso: noi ce ne infischiavamo, convinti che alla fine dell’anno tutto sarebbe stato facile. E invece arrivavano le sorprese, che tali non erano!

Pino non cambiò il suo carattere neanche negli anni successivi: serio, onesto, rispettoso, corretto, ma soprattutto incapace di scendere a compromessi.

Me lo ritrovai Assessore alla Viabilità durante la Giunta di Filippo Russo, e in quarant’anni di servizio alle dipendenze del Comune, fu l’unico politico assegnato ad un settore delicato, come la Vigilanza Urbana, che ascoltò i suggerimenti che provenivano dalla base, al punto da redigere un piano del traffico che prese il suo nome e che ancora oggi trova ferventi sostenitori.

La nostra intensa collaborazione durò meno di un anno, poiché mi accontentò quando chiesi a lui, come compagno di classe, qualcosa che nessuno avrebbe potuto togliermi, l’istituzione per legge di un Ufficio di Statistica. Sapeva che era un obbligo al quale il comune non avrebbe potuto sottrarsi, e orgogliosamente riconosceva, anche dopo anni dalla sua uscita di scena, di avere dotato Milazzo di uno strumento che avrebbe avuto riconoscimenti e consensi in campo nazionale: non era poco sapere che la nostra città era fra le prime tre d’Italia nella produzione e nella diffusione dei dati statistici.

Sì, Pino viveva anche di queste piccole cose; soddisfazioni per lui, sensibile alle richieste giuste, condivisibili e di assoluto valore per la città e i suoi cittadini. 

Tre anni fa Pino era andato via, così come era accaduto per Letizia. Lunghi mesi di lotta impari contro un male ribelle, lo stesso che aveva minato anche la sua sposa.

Combattente leale e irriducibile, alla fine si era dovuto arrendere, dopo avere sofferto in silenzio ma dando notizie di sè e della sua straordinaria voglia di vivere su un profilo su Facebook. Quello gli permetteva di stare vicino alla gente, partecipando alle discussioni, per non perdere i contatti con gli amici, dare segnali della sua efficienza, trasmettere la certezza che sarebbe tornato vincitore. Invece non ce l’ha fatta, Pino, illudendoci che sarebbe stato lui a vincere.

Quel giorno il lapidario messaggio di Alessandra, sua nuora, mi aveva lasciato incredulo. Andai a casa sua, per rivedere l’ultima volta quel bambino con il fiocco rosso che il prof. Foti prendeva come esempio per la sua disciplina; quel compagno di banco che mi riempiva le gambe di pizzicotti quando portavo i pantaloni corti, anche se eravamo al ginnasio; quell’Homo Sapiens che sfoggiava la sua ors oratoria e la sua serietà durante le interrogazioni o gli interventi.

Su quel letto Pino riposava, per sempre. Lo lasciai riposare, per non disturbare il suo sonno: mi sembrava di vederlo abbracciato alla sua Letizia, ed era felice. Ma attorno a lui c’era tanta tristezza, tanto dolore. Avrei voluto che si svegliasse, per dire a tutti di non preoccuparsi, che stava bene, che aveva ritrovato la sua sposa, la sua mamma, il suo papà, i cugini Pippo Messina e Francesco Tricamo, e tante persone care.

Andai fuori, in giardino, in disparte. Piero mi fece ammirare il lavoro della sua seconda giovinezza, il miracolo della sua nuova passione: alberi da frutto, che aveva piantato e che curava, come se avesse trovato la maniera per divertirsi ed invecchiare accanto alla sua sposa. Sorridemmo, assieme a Vincenzo Messina, venuto per dare l’ultimo bacio al cugino Pinuccio… Sorridemmo ammirando entusiasti le straordinarie virtù di quell’uomo, in grado di trasformare un pezzo di terreno incolto in un giardino ricco di fiori, di frutti. Il luogo ideale per vivere in serenità e in pace, nel silenzio della natura. Forse, carissimo amico mio, sarai in un altro giardino, lassù, per vivere quella serenità, quella pace, quel silenzio che ti è stato negato quaggiù…

Verremo a trovarvi, sicuramente. Non sappiamo quando, ma stai tranquillo che verremo. Lo sappiamo già. Un bacio!

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