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SI E’ SPENTO “don” SANTO CALASCIONE

CALASCIONECON LUI SE NE VA UNO DEI DIPENDENTI STORICI DEL VECCHIO BAR CASTELLI.

Lo si vedeva, nonostante i suoi 86 anni, girare sulla bicicletta, attivo e mai domo. Spesso alzava lo sguardo, attratto dalle nuove costruzioni; una passione la sua, grazie alla quale era in grado di dare consigli o suggerimenti, sbilanciandosi anche in valutazioni immobiliari, a chi si rivolgeva a lui per saperne di più e aveva voglia di concludere un affare! Era instancabile, eppure avrebbe avuto il sacrosanto diritto di concedersi una pausa, dopo una vita passata lavorando; ma lui era fatto così: l’immobilismo non era per lui. Inforcata la sua bicicletta, girava in lungo ed in largo, intento a sbrigare pratiche, fare la spesa, organizzare le sue giornate come se dovesse rendere conto a qualcuno di quel che avrebbe fatto o non fatto. Non è facile ricordare in poche righe un amico che conoscevo dai tempi del bar Castelli, nome storico della salumeria che in quegli anni era la migliore in assoluto a Milazzo. Da dove dovrei iniziare: dai milioni di panini imbottiti che a velocità supersonica aveva preparato, in lunghi anni di lavoro, per gli studenti che frequentavano le scuole un tempo all’interno dell’Atrio del Carmine? Al suono della ricreazione erano in centinaia ad accalcarsi dietro quel bancone, dove lui era pronto a consegnare il panino con salame, con prosciutto, con mortadella, o semplicemente con il provolino, prima che spuntassero altre esigenze con gusti più elaborati; e chi non riusciva ad afferrare, fra decine di braccia sporte in avanti, il suo panino imbottito, ammirava meravigliato con quale velocità li preparasse, quei panini. Le dita della mano sinistra, per afferrare ogni fetta prima di cadere sul foglio di carta oleata, sfioravano la lama dell’affettatrice, azionata dal braccio destro che, prima delle macchine alimentate dalla corrente elettrica, agiva sull’impugnatura di una ruota esterna, per permetterne il movimento. Le fette venivano poste sui panini già tagliati ed aperti, che come in una catena di montaggio, venivano poi richiusi e avvolti nel solito, tradizionale foglio di carta “camoscina” da chi aveva il compito di velocizzare queste operazioni quotidiane. Il prezzo per panino era 100 lire, indipendentemente dal contenuto. Azioni consuete che don Santo (così lo chiamavano tutti…) faceva con assoluta naturalezza e disinvoltura, per centinaia, migliaia di volte al giorno! Tempi lontani, che ci restituiscono un giovane salumiere impeccabile nel suo camice, dietro un lungo bancone ad L, nel quale si muovevano con perfetto sincronismo gli altri addetti alla lavorazione e al servizio di una vastissima clientela, sempre diversa: caffè, coni, granite, cappuccini, aperitivi, cocktail, o il semplice bicchiere di acqua ai ragazzi che, trafelati, entravano dalla porta posteriore in una delle tante pause delle interminabili partite che si svolgevano nell’atrio! Don Santo, in quella grande famiglia che era il bar Castelli, era amato e benvoluto da tutti gli altri colleghi di lavoro e dagli stessi proprietari, grandi o piccoli che fossero. Un affetto che ogni dipendente portava nei confronti degli altri, in anni in cui nell’ambiente del lavoro c’era armonia e rispetto dei ruoli: si cominciava, spesso, subito dopo aver conseguito la quinta elementare, ed erano i genitori ad affidarli a chi, più grande, avrebbe avuto tanto da insegnare. E fra una pausa e l’altra, si trovava anche il tempo per scherzare, e lui, don Santo, di scherzi ne faceva tanti, ma altrettanti ne riceveva. Sempre con il sorriso stampato su quel viso rimasto familiare a chi lo ha conosciuto, e che conserverà di lui un ricordo affettuoso di un amico sincero. 

 

 

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