Home / Di tutto un pò / “TRAGEDIA NELLA GALLERIA”, A DUE PASSI DA CASA NOSTRA…

“TRAGEDIA NELLA GALLERIA”, A DUE PASSI DA CASA NOSTRA…

LO SCONTRO FRONTALE DI DUE TRENI, I SOCCORSI DISPERATI, IL DRAMMA DI SALVO SANTAMARIA, IL RACCONTO DI MICHELE NASTASI, UNO DEI SOCCORRITORI… 

ERA IL 15 GIUGNO 1969, e così aveva titolato Gazzetta del Sud in prima pagina: TRAGEDIA NELLA GALLERIA. Il disastro ferroviario avvenne nella galleria S. Antonio, a Barcellona. Ricordo tutto di quella immane sciagura, e vissi da vicino il dramma di Salvo Santamaria, mio amico, e giavellottista dell’US PELORO, al rientro da Palermo dove aveva disputato la sua ultima gara con la società del geom. Salvatore Tiano. Aveva necessità di rientrare a Messina, prese il treno locale che avrebbe dovuto giungere nella città dello stretto alle prime luci dell’alba. Un viaggio lungo, estenuante, con le fermate ad ogni stazione. Un treno con sedili in legno, dove riposare sarebbe stato difficile; ma Salvo non si creò alcun problema: da giovani eravamo abituati ad affrontare trasferte avventurose, per amore dello sport… persino a dormire per terra, nei corridoi.

Salvo si svegliò a seguito dell’urto terrificante. Cercò di rialzarsi e di uscire, ma era incastrato e pianse disperatamente, pregando i soccorritori di liberarlo. Con la fiamma ossidrica sarebbe stato facile, ma il suo utilizzo avrebbe causato una tremenda esplosione! Infatti uno dei vagoni trasportava piombo tetraetile, sostanza altamente infiammabile, e lo scontro provocò la fuoriuscita del liquido. Una foto pubblicata dalla Gazzetta mostra “l’onda nera” che copre il pavimento del tunnel, e su essa si muovono i soccorritori. Un lavoro difficile, talvolta impossibile: nella “galleria della morte” è concreto “il pericolo che anche una scintilla incendiasse da un momento all’altro il liquido altamente infiammabile…“. Nonostante ciò, vigili del fuoco ed infermieri fanno avanti ed indietro, senza concedersi soste, per estrarre dalle lamiere i feriti, trasportare fuori chi ha perso la vita.

Nelle foto della Gazzetta del 16 giugno, lunedì, si nota l’incessante viavai dei soccorritori. Ma non tutti reggono al ritmo estenuante imposto dalle circostanze: sia i vigili che gli infermieri sono a loro volta soccorsi, perchè investiti dalle esalazioni del piombo tetraetile, tossico!

Bisognava procedere con cautela“, ci racconta Michelangelo Nastasi, meglio conosciuto come Michele, milazzese in servizio presso l’ospedale di Barcellona. Michele ancora oggi porta sul suo corpo i segni dell’intossicazione, dopo avere subito diversi ricoveri resi necessari in una lunga lotta che ancora oggi combatte. “Una lotta che porto avanti da 50 anni, che mi ha visto ricorrere anche alle autorità sanitarie e politiche per vedere riconosciuta la gravità delle ferite che devastano il mio corpo. Quella notte ho profuso tutte le mie energie, non ho esitato un solo istante quando il dott. La Rosa, informato del disastro, ha messo in moto l’emergenza ed ha chiesto l’aiuto di tutti gli uomini in servizio. Nonostante fossi tecnico biologo e non infermiere, ho capito che non c’era tempo da perdere per salvare quelle vite umane“. Le foto della Gazzetta riprendono un Michele Nastasi giovanissimo, intento a soccorrere i superstiti e trasportare i feriti. “Eravamo in tanti in quelle ore, e man mano che il tempo passava, arrivavano sul posto anche i residenti di Barcellona, svegliati di soprassalto dal boato. Nella concitazione del momento organizzammo i soccorsi, senza badare troppo a quella marea nera e vischiosa sula quale ci muovevamo. Ci dissero di usare molta precauzione, poichè la sostanza era altamente tossica. Ci ammonirono del rischio di una esplosione. Ma noi continuammo ad andare avanti e indietro, perchè c’erano persone che stavano peggio di noi su quei treni: ogni istante di ritardo poteva nuocere a loro, non certo a noi. Non mi curai di prendere delle precauzioni, di indossare una maschera, di tirarmi egoisticamente da parte e limitare il mio accesso nel tunnel. In me prevalse il senso di responsabilità, non certo l’eroismo, come qualcuno disse. Era il nostro lavoro, eravamo stati chiamati a salvare delle vite umane, e rifarei ancora oggi quel che feci in quella terribile notte e nelle ore successive”. Michele Nastasi si interrompe per un attimo. Non riesco a scorgere i suoi occhi, che copre sempre con occhiali scuri: le lacrime rimangono nel suo cuore, e gli bruciano dentro. “Per anni, dopo qualche mese dal tragico 15 giugno, ho avvertito disturbi. La mia professione mi ha consentito di svolgere analisi approfondite, di scoprire che il piombo tetraetile stava per fare una nuova vittima. Fui per lungo tempo curato dal prof. Edoardo Storti, un luminare nel campo della medicina. Oggi sono qui, a lottare purtroppo invano e a trovare muri di gomma. Tutto dimenticato, con buona pace delle vittime di ieri…“.

Oggi Michele non ha più trent’anni, come allora. Si avvicina agli ottanta, anche se lo spirito giovanile non è mai venuto meno. Cammina sostenendosi con una stampella, e per anni non ha voluto rendere pubblica la sua storia. Ma non si dà pace per il silenzio delle istituzioni, di chi dovrebbe quanto meno ascoltare il racconto di questo nostro concittadino, di prendere a cuore il suo problema, di esaminare il suo caso, di valutare obiettivamente che il piombo tetraetile lo ha sfigurato. 

Stelio Vitale Modica scriveva sulla Gazzetta: “Segnaliamo, non solo all’opinione pubblica, ma soprattutto alle autorità lo spirito di abnegazione innanzitutto del dott. Vincenzo La Rosa, sanitario dell’Ospedale Cutroni – Zodda di Barcellona, per il quale una ricompensa al valor civile è quanto di meno si possa fare di fronte a quel che questo giovanissimo ha fatto quella terribile notte. Assieme a lui i quattro infermieri Nastasi, Garofalo, Ullo e Marzo. I vigili del Fuoco di Milazzo e Messina, al comando dell’ing. Dell’Erba e del magg. Crocitti, meritano una nota particolare di encomio per l’impegno profuso nell’opera di soccorso. Li abbiamo visti svenire, venir fuori dalla galleria, rianimarsi e tornare dentro la galleria. Solo loro potevano farlo con quel coraggio e quella forza d’animo di cui sono dotati“. 

Francesco Cilona, su http://barcellonablog.blogspot.it, riprendeva un suo articolo pubblicato nel 1979 su L’ECO DEL TIRRENO. “Sono trascorsi dieci anni da quella tristissima notte (adesso sono trentanove) ed è stato un anniversario che nessuno ha pensato di commemorare, tranne i parenti delle otto creature umane che un’assurda sciagura accomunò in un’oscura galleria di appena duecento metri, trasformata in un imprevisto e tragico capolinea, prima, e in una bolgia infernale, dopo. 

Antonino Saglimbeni, Salvatore Santamaria, Francesco Cardile, Francesco Di Salvo, Filadelfio Di Leo, Claudio Fisauli, Biagio Bonifacio, Pasquale Pugliatti: sicuramente i Vostri cari piangono ancora lacrime di sangue per la vostra sciagurata fine; ed è anche certo che, con essi, continuano a ricordarsi di Voi e della Vostra tragedia i modesti abitanti della frazione di S.Antonio, svegliati in quella notte infame dallo sconvolgente boato sinistramente emesso dal tunnel della morte. 
Se le autorità non si sono ricordate di questo decimo anniversario, se nessuna corona di fiori è stata ordinata per essere deposta “ufficialmente” presso la lapide attaccata, nove anni fa, all’imbocco ovest della tragica galleria, se nessun discorso commemorativo è stato pronunciato da qualche storico cittadino, in questa decennale ricorrenza, se insomma è venuta meno la farisaica retorica ufficiale, Voi, che tutto vedete adesso nella giusta dimensione, non potete che essere contenti.

Caro Michele, nelle parole di Stelio Vitale Modica e in quelle di Francesco Cilona c’è la risposta al tuo tormento interiore: nessuna commemorazione, nessuna medaglia, nessun encomio. Evidentemente i politici hanno dimenticato, è normale che sia così.

Noi di TERMINAL, che abbiamo dichiarato di sospendere le pubblicazioni da giorno 1 gennaio, avevamo promesso di interessarci del tuo caso. Ma chi potrebbe tenere in considerazione la segnalazione di una foglio irriverente che non ha padroni? Ecco perchè abbiamo preferito raccontare non solo la tua storia da quella tragica notte in poi, ma anche un dramma della nostra Sicilia. Lasciata da sola. Ci auguriamo, caro Michele, che ti venga resa giustizia, l’unica cosa che non sia morta…  E che le ferite che hanno dilaniato il tuo corpo, il tuo volto, provocate dal piombo tetraetile, possano essere lenite dalla sensibilità degli uomini, delle istituzioni… 

2 commenti

  1. Gaetano Mercadante

    Articolo interessantissimo e degno di alta condivisione. Mi dispiace per l’uso della foto della lapide senza didascalia sull’autore, cioè me.
    Cordialmente
    Gaetano Mercadante

Rispondi