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80 ANNI FA L’ITALIA DIVENTAVA REPUIBBLICA

2-giugno 80 ANNI FA L'ITALIA DIVENTAVA REPUIBBLICADi SERGIO CHILLE’

Il 2 giugno 1946, 80 anni fa, gli italiani venivano chiamati a scegliere la forma istituzionale da dare allo Stato che avrebbe dovuto gestire il difficile dopoguerra. Quel giorno, per la prima volta nella sua storia, gli italiani (e le italiane) furono chiamati a scegliere con il voto la forma istituzionale dello Stato: Monarchia o Repubblica. Fu una prova straordinaria di democrazia, anche soprattutto considerando che fu anche un passaggio segnato da tensioni, polemiche e criticità che ancora oggi dividono gli storici.

Su oltre 28 milioni di aventi diritto, votarono quasi 25 milioni di elettori (89,08% di affluenza). 

La Repubblica prevalse con 12.718.641 voti (54,27%) contro 10.718.502 della Monarchia (45,73%). La differenza fu di circa due milioni di voti. Il Nord votò massicciamente per la Repubblica, il Sud rimase in larga parte monarchico. Contemporaneamente si eleggeva l’Assemblea Costituente, con la Democrazia Cristiana primo partito. Era la prima volta che le donne votavano a livello nazionale: prima d’allora avevano votato solo le donne decorate durante la Grande Guerra e le madri e le vedove dei decorati al valor militare caduti in guerra, durante le consultazioni amministrative nei primi anni del regime fascista.

Il referendum non fu una consultazione perfetta. I monarchici denunciarono subito presunti brogli, irregolarità nello spoglio, schede nulle o bianche sospette e ritardi nella trasmissione dei verbali dal Sud. Alcune sezioni votarono in ritardo o in condizioni caotiche. La Corte di Cassazione proclamò i risultati provvisori il 10 giugno e quelli definitivi solo il 18 giugno, dopo aver esaminato i ricorsi.

La forzatura più discussa avvenne però nella notte tra il 12 e il 13 giugno: il Consiglio dei ministri, presieduto da Alcide De Gasperi, trasferì le funzioni di Capo provvisorio dello Stato allo stesso De Gasperi, senza attendere la pronuncia definitiva della Cassazione. Umberto II definì quell’atto “rivoluzionario”. I monarchici parlarono di colpo di mano istituzionale.

Di fatto, anche conteggiando schede nulle e bianche, la Repubblica manteneva la maggioranza, se non degli aventi diritto quantomeno dei voti espressi. Tuttavia restava il vulnus di centinaia di migliaia di italiani a cui venne negato il voto dalle circostanze del dopoguerra: gli abitanti della Venezia Giulia, Fiume e Zara sotto occupazione straniera, i cittadini del regno nelle colonie non ancora rimpatriati e varie centinaia di migliaia di prigionieri di guerra ancora detenuti nei campi di concentramento inglesi, americani, russi, francesi, jugoslavi e greci.

Eppure, nonostante le tensioni, l’Italia evitò il peggio. Qui sta la vera grandezza di quel passaggio.

Da parte monarchica, Umberto II – il “Re di Maggio” – scelse la via dell’esilio volontario il 13 giugno 1946. Nel suo ultimo proclama manifestò amarezza per le modalità del passaggio di poteri, ma antepose la pace del Paese a ogni rivendicazione dinastica. Avrebbe potuto chiamare a raccolta i suoi sostenitori (numerosi soprattutto al Sud e tra le forze armate), poteva contestare duramente e rischiare uno scontro. Non lo fece. La sua scelta evitò che il Paese, ancora segnato dalle ferite della guerra civile tra fascisti e partigiani, precipitasse in un nuovo conflitto fratricida. In qualche modo, dunque, la Repubblica è anche figlia del suo passo indietro. Fu però mal ricompensato quando nella Costituzione prevalse il punto di vista degli ultras antimonarchici e gli venne negato il diritto di rientrare in patria, e con lui ai suoi discendenti maschi.

Da parte repubblicana, comunque De Gasperi e i leader dei partiti del CLN dimostrarono pragmatismo e senso dello Stato unito a una certa spregiudicatezza, dote che porta a scelte discutibili ma che è indispensabile quando ci sono nodi gordiani da tagliare. L’Assemblea Costituente, eletta lo stesso giorno, avrebbe poi dato vita a una Costituzione di compromesso tra le diverse culture politiche (cattolica, socialista, marxista, liberale), che ancora oggi regge la Repubblica, senza buttare “il bambino con l’acqua sporca” delle tante realizzazioni progressive lasciate dal Fascismo, prima fra tutti il Concordato con la Chiesa, che fu inserito in Costituzione. Entrambe le parti, pur divise da una ferita profonda, dimostrarono una maturità e responsabilità degna di una classe dirigente formata da due guerre mondiali, dal migliore sistema educativo del mondo, quello gentiliano, ma anche dalla clandestinità antifascista e dalla più rigorosa scuola politica di quel periodo, quella comunista sovietica.

A ottant’anni di distanza, il 2 giugno resta la data fondativa della democrazia italiana: il momento in cui il popolo sovrano decise la propria forma di Stato. Ma è anche il simbolo di come una transizione delicata possa avvenire tra luci e ombre.

Oggi, mentre si celebrano gli 80 anni, sarebbe ipocrita negare le criticità di quella prova. Sarebbe altrettanto sbagliato dimenticare la lezione più importante: che in momenti decisivi per la Nazione, le élite politiche e istituzionali – repubblicane e monarchiche – seppero mettere l’unità e la pace dell’Italia al di sopra delle proprie ragioni di parte. Fu, tutto sommato, una vittoria non solo della Repubblica, ma del popolo italiano, che seppe esprimere nel cupo dopoguerra una classe dirigente in grado di far rinascere il paese dalle macerie della sconfitta e dell’occupazione straniera.

Ne nacque una democrazia imperfetta, forse sì, ma capace di resistere e ricostruire il paese, portandolo a sfidare e superare i vincitori della guerra sul piano economico e ad affrontare prove – come gli Anni di Piombo – senza cadere in tentazioni “sudamericane”, ma anche a reintegrare nel seno della nazione milioni di ex fascisti perfino con una loro rappresentanza in Parlamento, col MSI. Una maturità impensabile oggi.

Un ottantesimo anniversario, dunque, per ripensarci qui e ora, soprattutto.

 

 

 

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