ADDIO A FRANCO SALVO, UNA VITA PER IL JAZZ
Di Filippo RUSSOCi siamo incontrati, l’ultima volta, giovedì scorso, intorno a mezzogiorno, all’incrocio di via Cristoforo Colombo, tu diretto verso casa. Un ciao accompagnato dal consueto, reciproco sorriso. Voglio ricordarti con questo articolo pubblicato su “la Città di Milazzo”, giugno 2011. La tua storia, una pagina della storia recente della nostra città.
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Franco Salvo – Una vita per il jazz (La città di Milazzo, giugno 2011)
Con quella faccia alla Yul Brynner, Franco Salvo ti affascina e ti ammalia. Come un fiume in piena, le parole scorrono inarrestabili in un affastellarsi di ricordi. Un tipo tosto, cinquantacinque anni portati con leggerezza, il sorriso che accompagna il recupero del passato intessuto di nostalgia, una Milazzo che non c’è più, più povera, più idealista, più felice; un tono di voce sofferto quando il discorso scivola sul presente che, a lui vissuto lungamente a Roma, offre poche prospettive di crescita professionale. Ma ciascuno è re nella sua reggia ed anche nel paese natale, amato ma marginale rispetto ai circuiti musicali di rilievo, continua a profondere il suo estro e la passione per il jazz. Artista poliedrico: chitarra, flauto traverso, sassofono tenore. La vista del mare dal balcone di casa, con i pontili galleggianti che ormai hanno mutato la geografia della Marina Garibaldi, ci spinge a cominciare la conversazione da lontano.
-Parlaci della tua infanzia.
“Qui sotto non passava una macchina. Noi bambini giocavamo a calcio nella strada, due mucchi di pietre segnavano la porta, sul terrapieno dove ora ci sono le aiuole giocavamo a ‘ciappe’, il ‘miccio’ di pietra triangolare da abbattere per conquistare le cartine dei calciatori. E poi giocavamo ‘a soffio’, sempre con le cartine, alla ‘bandiera’, a ‘uno monte’; la sera ci sfidavamo nella ‘corsa campestre’ che si snodava tra via Scopari e i vicoletti circostanti; ‘facevamo il bagno’ di fronte, qualche volta ci spostavamo alla Croce di mare, costruivamo gli aquiloni con la carta velina…”.
-Com’è scattata la passione per la musica?
“Con Giancarlo La Franca, Attilio D’Asdia e Gabriele Cento ci sedevamo sugli scalini della chiesa di S. Giacomo, la nostra Trinità dei Monti, per suonare la chitarra: giovani di Sinistra, contro il sistema borghese ma pacifisti, pieni di sogni di giustizia e libertà. Poi mio padre mi comprò un flauto, sessantamila lire, una grossa cifra nei primi anni ’70, conobbi Carmelo Gitto, Luciano Maio, Bobo Otera, Nino Repici, insieme a loro iniziai a suonare in un gruppo (ex Fops) intitolato ‘Cinque giornate di Milano’. Quindi, l’incontro con la musica popolare: primo team costituito da Luciano Maio, Bobo Otera, Giancarlo La Franca e la moglie Francesca, il sottoscritto. Nacque la Taberna Mylaensis. Spulciavamo i testi del Pitrè, recuperavamo i canti popolari e li ricomponevamo: ballate, tarantelle, serenate. ‘Fammi ristari nto menzu di to brazza’, Babba blu di Petralia ci fecero conoscere. Una notte, a Panarea, dopo aver concluso lo spettacolo, io, Bobo e Luciano continuavamo a suonare con la faccia rivolta verso il mare. Inebriati, il cielo stellato, la luce della luna. Sentii un rumore alle spalle, accesi l’accendino e mi girai, una folla ci ascoltava”.
-Stava avvicinandosi la stagione del successo…
“Valerio, un ragazzo incontrato proprio a Panarea, ci portò a Roma e ci presentò ad un agente della casa discografica RCA. Il professionismo, eravamo nel 1976, ci apriva le porte. Il disco realizzato, ‘Fammi ristari- Populi e Santi’, si rivelò un grande successo. Nel gruppo, dopo la partenza dei coniugi La Franca per la Svizzera, si erano inseriti Carmelo Gitto e Alberto Cocuzza. Eravamo entrati nel circuito internazionale: tournée con Francesco De Gregori, serate con Lucio Dalla e Rino Gaetano”.
-Raccontaci di Parco Lambro…
“Re Nudo, una rivista Pop allora in auge, aveva organizzato un raduno dei più importanti gruppi musicali, rock progressivo, italiani: Premiata Fonderia Marconi, Banco del Mutuo Soccorso, Area, New Trolls… Una sorta di Woodstock italiana: centomila persone, cinque palchi. In quei giorni ci trovavamo a Milano, chiamati dal Piccolo Teatro di Strehler, per tenere quattro concerti nei quartieri della città. Dopo l’ultimo, eravamo partiti con un furgone Ford verso Milazzo. Arrivati a casa alle tre di pomeriggio, giunse la telefonata del manager Libero Venturi: il giorno dopo avremmo dovuto suonare a Parco Lambro. Alle sette, di nuovo in viaggio verso Milano. A Parco Lambro fu un grande successo e un ricordo indelebile”
-Quindi, l’esperienza romana…
“Nella capitale sono stato dal 1977 al 1995, prima iscritto al Conservatorio di Santa Cecilia, poi alla Scuola di Musica popolare di Testaccio. Il jazz mi aveva conquistato. Suonavo nei migliori locali della città, ma non posso fare a meno di ricordare anche le esibizioni con Romano Mussolini a Basilea e Steve Lacy presso la Cantina Bentivoglio di Bologna. Dopo il fallimento di diversi locali, fui costretto a lasciare Roma per mancanza di lavoro. Se avessi resistito ancora un anno, con la riapertura dell’Alexander Platz e di altri club, non sarei più andato via”.
– Così di nuovo a Milazzo…
“Dove mi sono ‘inventato’ il Pic Nic Jazz Club in collaborazione con Raffaele Esposito, appassionato del genere e sempre disponibile. Lo scorso 25 novembre ho celebrato i dieci anni di direzione artistica. Qui ho suonato con Claudio Cusmano, Osvaldo Corsaro, Pucci Nicosia, Gaetano Rubolotta, Angelo Terranova, Nello Toscano, alcuni dei più illustri musicisti siciliani e italiani. Ho organizzato concerti con la presenza di artisti del calibro di Francesco Cafiso, appena tredicenne, e Nicola Arigliano; ho curato per conto del Comune quattro Rassegne di jazz invitando Steve Grossman, Maurizio Giammarco, Randy Brecker…
-Hai qualche rimpianto?
“Il mio cruccio è non essere andato a studiare negli Stati Uniti presso la Berklee School di Boston, la più grande scuola di musica jazz al mondo. Ricordo anche l’incontro con Rosa Balistreri al Bagatto. Mi propose una collaborazione per l’incisione di un disco per la radio tedesca: cachet di 700 marchi al giorno. Mi presentai negli studi della Rai di Palermo alle dieci di mattina, portai a termine la registrazione nel corso della stessa giornata e ci rimisi un sacco di soldi. Purtroppo Rosa morì qualche mese dopo e sfumò anche la tournée in programma”.
-Dal tuo osservatorio, come giudichi la nostra città?
“Più movimentata e disinibita, persino troppo, rispetto al passato; non mi sembra governata, mi dà l’impressione di una terra di conquista per fare business. Le prospettive di cambiamento appaiono aleatorie: pochi giovani motivati, trionfo del qualunquismo. Sono inoltre arrabbiato perché la cultura musicale piange, ignorata dal Comune e dai privati”.
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