Allarme a Roma: raddoppiato in pochi anni il numero delle moschee illegali
di Sergio Chillè
Dopo il gravissimo attentato di matrice islamista di Modena e dopo gli arresti di alcuni musulmani radicalizzati, diversi giornali e partiti hanno lanciato l’allarme sulla presenza di moschee abusive in tutta Italia, e particolarmente a Roma. Nella Capitale vi sono ormai due moschee riconosciute dallo Stato italiano, la grande moschea islamica dei Parioli, e la più recente moschea Al-Huda sita a Centocelle. Ma non è lì che batte il vero cuore dei musulmani estremisti. Secondo il ministero degli Interni infatti le moschee presenti a Roma si aggirerebbero su un numero che supera le cinquanta unità. Ovviamente non le chiamano moschee, ma luoghi di preghiera, ricavati in scantinati, garage, magazzini abbandonati, ex negozi, capannoni industriali in disuso, dove ogni venerdì si raccolgono migliaia di musulmani per pregare. Questi luoghi, ben conosciuti dal Viminale, non rientrano nei piani regolatori e spesso sfuggono anche alle norme di sicurezza. Le moschee clandestine si espandono a macchia d’olio in tutta la città e ci sono dei casi in cui si posizionano vicinissime alle chiese cristiane. Già pochi mesi fa il Viminale allertò sull’intensificarsi del fenomeno, ed è ancora in discussione al Senato, dopo essere stata approvata alla Camera, la cosiddetta “legge anti-moschee”, ancora però non diventata norma. La proposta, primo firmatario il capogruppo di Fratelli d’Italia Tommaso Foti, modifica l’articolo 71 del Codice del Terzo Settore e interviene sulla compatibilità urbanistica delle sedi usate dalle associazioni di promozione sociale.
Ed è qui, in questi luoghi, ubicati perlopiù in zone di periferia, che si annidano, mimetizzati tra i fedeli, i cosiddetti lupi solitari, ossia coloro che in tutta Europa e non solo, sono diventati martiri della guerra santa. E’ chiaro che la nostra intelligence li monitora e li controlla, ma il fenomeno è in crescita, parallelamente all’aumento degli immigrati in Italia. Dieci o quindici anni fa queste moschee erano poco più di trenta, oggi sono più di cinquanta, oltre alle due ufficiali citate. Insomma, i centri culturali censiti, puntando i riflettori sulla “galassia, rimasta per anni nell’ombra, di imam integralisti e predicatori di odio, disposti a tutto pur di portare avanti quella missione contro l’Occidente infedele, tentano di inculcare nelle menti dei più giovani e delle seconde generazioni la dottrina fondamentalista del martirio al grido di “Allah akbar”, dice il quotidiano romano “Il Tempo”, molto attento da sempre a queste inquietanti realtà.
I luoghi di culto della Capitale, in molti casi illegali, nonostante siano tollerati, sono inoltre suddivisi in tre gradi sulla scala del rischio di radicalizzazione terroristica: nessun rischio, mediamente a rischio e rischio maggiore. Almeno la metà dei centri islamici mappati vengono costantemente tenuti sotto osservazione, perché considerati a medio e alto rischio. Tra queste si ricorderà certamente la sala di preghiera di Ostia, finita anni fa sotto i riflettori degli inquirenti per la figura dell’imam, ripreso dalle telecamere nascoste delle “Iene” mentre pronunciava un discorso pericoloso e non condannava moralmente gli attentati contro gli “infedeli”. La propaganda jihadista, comunque, oggi, rimane monitorata: “Oltre al monitoraggio dei soggetti più attenzionati e alle microspie nelle sale islamiche, la Questura attua anche una revisione dei testi religiosi, ossia quelli letti dagli imam durante la preghiera del venerdì. Ma solo dopo la traduzione e l’approvazione di un funzionario di polizia”. Dove sono? Soprattutto in quartieri come Centocelle, Tor Pignattara, Torre Angela, la Magliana e il Prenestino, che ospitano decine di sale di preghiera informali.
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