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AUGURI, NONNO GIOVANNINO

nonno-giovannino-26 AUGURI,  NONNO GIOVANNINOMolti dei nostri nonni, quando eravamo piccoli, non erano più grandi di quanto lo siamo noi adesso. Nati verosimilmente verso la fine del XIX secolo, avevano quasi tutti combattuto la prima Guerra Mondiale, e li rivediamo vecchi solo perché noi eravamo bambini. E poi, allora, ad una certa età si era vecchi… A scuola ci insegnarono a cantare la Leggenda del Piave, anche se eravamo poco più che fanciulli. Potevamo avere sette, otto anni, ma ci avevano inculcato persino la convinzione che i nostri antenati, mandati a morire al fronte da chi decideva le sorti del mondo, da chi aveva necessità di sedersi al tavolo della pace in nome della PATRIA e di qualche milione di Morti, si erano battuti per un mondo migliore e per la libertà. 

Mio nonno Giovannino fu mandato, come altri suoi coetanei, come altri milioni di giovani, al fronte, al confine! Tornò a casa, come molti altri; ma raccontò di altri che a casa non erano tornati. Ero troppo piccolo per comprendere dai suoi racconti la carneficina di quegli anni, di quei giovani che fra loro non riuscivano nemmeno a comprendersi perché parlavano dialetti diversi. Forse non immaginavo nemmeno  di cosa parlava… Però ricordo che definiva quella che aveva combattuto LA GRANDE GUERRA. No, non l’aveva definita lui così: era la retorica del tempo, l’illusione che non ce ne sarebbe stata un’altra. Ma nel 1940 ci fu un’altra guerra. Fu definita SECONDA GUERRA MONDIALE, ma non più la GRANDE. Non fu chiamato a combattere, aveva 50 anni ed una famiglia numerosa. Gli fu chiesto però qualcosa che diede alla Patria: la fede. Non aveva all’anulare sinistro la fede nuziale. Non riuscivo a comprendere il significato di quella sua giustificazione: ho dato la fede alla Patria. 

Quante cose non capivo. Ma ero piccolo, era normale. Oggi ho tre anni in più di quanti ne aveva mio nonno quando mi ha lasciato e continuo a non capire perché si continui a combattere. Ci auguriamo che non ci sia più una grande guerra, ma perché si parla sempre di combattimenti, di morti, di vittime innocenti, in attesa di sapere chi saranno i vincitori e i vinti? Forse a questa domanda so dare una risposta: i vinti saremo noi… 

Nella prima infanzia abitai per parecchio tempo nella casa dei miei nonni materni; proprio in quella casa ero nato, da loro mi recavo in vacanza, in estate, e sempre da loro passavo le festività importanti, assieme ai miei cugini più piccoli, anche quando mi ero trasferito a Milazzo, dove venivano a trovarmi ogni domenica da Messina: arrivavano alla stazione, e per giungere a San Francesco, dove abitavamo, mio nonno Giovannino Petrungaro saliva su una carrozza, fra le tante in sosta, per evitare di far percorrere tanta strada a mia nonna Pietrina. I cocchieri conoscevano quei due messinesi che andavano dalla figlia; uno in particolare aveva un rapporto confidenziale con il nonno, avendolo conosciuto anni prima a Messina, e sapeva che il suo viaggio a Milazzo era dovuto al desiderio di andare a trovare il nipote! Sei giorni intensi, da lunedì a sabato, passati a lavorare, a portare avanti una famiglia numerosa, e attendere con ansia quel giorno di riposo, che per loro due, di 66 e 60 anni, non voleva essere una vacanza, ma solo un viaggio d’amore e di affetto…

Oggi che siamo avanti negli anni possiamo capire cosa provassero allora i nonni ai quali noi bambini eravamo legatissimi! Per noi erano un rifugio, le persone alle quali avremmo potuto chiedere ciò che papà o mamma non ci davano: non perché non lo volessero, ma spesso perché non l’avevano! Ci affascinavano per la loro saggezza, la loro esperienza, ma soprattutto per la loro pazienza e per quello che ci insegnavano, frutto dell’età più che della preparazione culturale: infatti nella maggior parte dei casi i nonni erano analfabeti, o a stento sapevano leggere o scrivere!

Crescendo, abbiamo cominciato a capire che i nostri mondi erano lontanissimi! E allora pensammo, a torto, di poter fare a meno di loro…

Nonno Giovannino se ne andò quando io avevo solo undici anni. Il 12 settembre, mercoledì, papà tornò improvvisamente dal lavoro dicendo che avremmo dovuto andare a Messina. Ci avrebbe accompagnati con l’auto il signor Mazzù, uno degli autisti di Milazzo. Presi posto avanti perché soffrivo il mal d’auto, da bambino; dietro c’erano papà e mamma.

Fu un viaggio stranamente silenzioso. Mentre la macchina affrontava i tornanti dei Colli Sarrizzo, guardavo la strada per non costringere l’autista a soste forzate. Arrivati a Messina, posteggiammo a pochi metri dal negozio che il nonno gestiva, in via Felice Bisazza, adiacente alla Chiesa dei Salesiani, e nel quale vendeva pellami e articoli per calzature. Nonostante la sua età, continuava ad esercitare il mestiere di calzolaio, riparando scarpe o fabbricandole a mano. Scesi dall’auto, captai solo che mamma chiese ad un mio zio, che ci venne incontro, notizie di “papà”. “E’ ancora là, non l’abbiamo potuto portare a casa…” rispose lui, con gli occhi arrossati. Entrati, trovai nonno Giovannino immobile su un improvvisato letto, nel retrobottega: lo aveva stroncato un infarto mentre, come ogni giorno, era seduto al deschetto per riparare le scarpe che i clienti gli avevano portato. Scoppiai a piangere, inconsolabile.

Per nonno Giovannino sono stato il primo nipote, e, sebbene fossi piccolo, di lui mi rimangono tanti ricordi che il tempo non potrà mai cancellare. Aveva 72 anni, l’età che ho passato da un paio d’anni! Non aveva alcun titolo di studio, tutto quel che aveva imparato lo doveva alla sua acuta intelligenza, così come avveniva un tempo. Dedicò la sua vita alla famiglia, al lavoro, e la sua fede in Dio era incrollabile. La processione del Venerdì Santo lo vedeva come battitore della varetta dell’Ultima Cena, quella che apre il corteo, e non mancava una domenica alla messa. Purtroppo non ha avuto la possibilità di tenere in braccio tanti altri figli dei suoi figli, ma con questa breve descrizione del suo profilo voglio ricordare la figura di un uomo buono, generoso, umile ma soprattutto onesto e altruista. Ancora oggi è presente nelle mie preghiere. Penso che lui sarà contento.

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