CALCIO DA RIFONDARE DOPO LA BRUTALE AGGRESSIONE DI UN PADRE NEI CONFRONTI DEL PORTIERE OSPITE
L’episodio di ieri – un padre che aggredisce fisicamente un tredicenne in campo – non è un caso isolato, ma una patologia sociale che infetta gli ambienti del calcio minorile da decenni. Chi ci bazzica lo sa bene.
Non è sport, trattasi di adulti frustrati che proiettano le proprie inadeguatezze sui corpi e le menti di bambini. La società neoliberista ha trasformato anche il gioco dei bambini in un’arena competitiva dove vince chi è disposto a tutto pur di emergere.
Il calcio minorile è diventato il laboratorio perfetto di questa distorsione: bambini di sei anni che piangono perché hanno interiorizzato l’ansia da prestazione degli adulti che li circondano. I genitori sono ovviamente i primi responsabili di questa deriva, essi proiettano sui figli i loro sogni mancati, le loro frustrazioni professionali, la loro fame di rivincita sociale. Il bambino diventa un oggetto, un investimento, una protesi narcisistica dell’ego genitoriale.
Il campo di calcio diventa così una metafora perfetta della società contemporanea: un luogo dove il più forte prevale sul più debole, dove l’aggressività viene scambiata per carattere, dove la sopraffazione è normalizzata come “grinta” e “determinazione”.
Il calcio oggi non é uno strumento di crescita, socializzazione e divertimento ma un campo di battaglia dove adulti immaturi scaricano le proprie patologie esistenziali.
WI
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