CAMPO LARGO: VIVERE DI ILLUSIONI PER NON MORIRE DI REALTÀ
Di Cristoforo TRAMONTANASuccessivamente alla vittoria del NO al referendum, Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno male interpretato l’esito che le urne hanno sancito.
Entrambi, sembrano aver indirizzato il risultato come una conferma diretta alla propria linea politica e alla propria singola leadership. Una lettura assolutamente semplicistica e politicamente fuorviante.
Non serve un’analisi particolarmente articolata per dedurre che molti italiani non hanno votato in chiave “pro” o “contro” questo o quel leader, bensì in difesa di un principio ritenuto superiore: la tutela della Costituzione e degli equilibri democratici che essa ancora rappresenta. Storicamente in Italia il voto referendario è stato spesso interprete di risultato diverso rispetto alle tradizionali consultazioni politiche. Il referendum, per sua natura, è incline a sottrarsi alle logiche di appartenenza partitica e a trasformarsi in un giudizio su questioni percepite come strutturali per l’assetto istituzionale del Paese.
In questo senso, il successo del NO appare più come l’espressione di una prudenza costituzionale diffusa che un’investitura politica nei confronti di quel Campo Largo che annaspa tra mille contraddizioni.
La personalizzazione dello scontro politico, ormai dominante nel dibattito pubblico del nostro tempo, induce frequentemente i leader a interpretare qualsiasi risultato elettorale come una legittimazione personale. Tuttavia, il rischio di questa impostazione è quello di confondere il consenso occasionale con un reale consolidamento politico. Gli elettori italiani, infatti, mostrano sempre più spesso comportamenti diametralmente antitetici a seconda del contesto elettorale: possono sostenere una posizione referendaria e, contemporaneamente, esprimere orientamenti differenti nelle elezioni amministrative o politiche.
Proprio le recenti elezioni amministrative della settimana scorsa hanno offerto un elemento di riflessione ulteriore. Le dinamiche locali hanno evidenziato una realtà molto più articolata rispetto alla narrazione trionfalistica proposta da alcune forze politiche dopo il referendum. Nelle amministrative, infatti, incidono fattori territoriali, qualità delle candidature, credibilità amministrativa e capacità di radicamento locale, elementi che spesso sfuggono alle semplificazioni nazionali. In molte realtà, il voto ha premiato figure considerate competenti e affidabili sul piano gestionale più che simboli ideologici o leadership nazionali.
Questo dimostra come l’elettorato italiano abbia radicato una notevole autonomia di giudizio e continui a distinguere tra il piano delle grandi questioni costituzionali e quello dell’amministrazione concreta dei territori.
Un esempio emblematico si è verificato durante la tornata elettorale per il Referendum Meloni-Nordio. In qualità di presidente di seggio, mi è capitato tra le mani un certificato elettorale che riportava come ultima vidimazione la data del 4 dicembre 2016, giorno che ricorda il voto per la riforma Costituzionale di Renzi, anche quella, miseramente fallita. L’elettore era rimasto lontano dalle urne per ben dieci anni. Da quel momento la curiosità ha preso il sopravvento. Entro la chiusura del seggio, altri 25 elettori (per un totale di 26) hanno presentato un certificato con la stessa identica data. In una sola sezione, la preoccupazione per un potenziale abuso costituzionale era bastata a mobilitare un numero consistente di votanti.
Interpretare il risultato referendario come una automatico spostamento di consenso politico rischia dunque di rappresentare un errore strategico e analitico.
La realtà dice altro. Il voto referendario ha espresso una sensibilità istituzionale e una richiesta di cautela rispetto a modifiche percepite come divisive o non sufficientemente condivise. Le amministrative, invece, hanno restituito un quadro frammentato, nel quale il consenso si costruisce soprattutto attraverso la credibilità delle classi dirigenti locali e la capacità di offrire risposte concrete ai cittadini.
In definitiva, il messaggio proveniente dalle urne sembra essere meno ideologico e più pragmatico di quanto alcuni leader vogliano far credere. Gli italiani, ancora una volta, hanno dimostrato di non voler delegare completamente il proprio giudizio alle appartenenze politiche o alla polarizzazione mediatica. Quando si tratta della Costituzione, prevale la difesa dei principi democratici; al contrario, quando si tratta di amministrare città e territori, prevale la valutazione della competenza, della serietà e dell’efficacia amministrativa.
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