“C’ERA UNA VOLTA”. DAL 7° PREMIO TESEO, QUELLO CHE I GIOVANI NON CONOSCERANNO
Il PREMIO TESEO, giunto alla settima edizione, si è concluso con la cerimonia di premiazione svoltasi a Parco Corolla. Il concorso nazionale, come hanno notato tutti, è destinato a crescere, e già l’organizzatore è al lavoro per l’ottava edizione. Nulla si lascia al caso quando si sa che devono essere coinvolti partecipanti provenienti da ogn parte d’Italia, e quest’anno il lavoro del dottor Andriolo, artefice di una manifestazione iniziata in sordina, è stato particolarmente duro: non si dimentichi che a settembre gravava sulle sue spalle l’altra iniziativa che gli è stata assegnata, il Congresso internazionale di medici scrittori. Tutto riuscito nel migliore dei modi, ed unanime è stato il riconoscimento delle iniziative.
Non ho avuto la possibilità di leggere, nel corso della premiazione, il mio lavoro, giunto al secondo posto. Eccolo per voi, a puntate, con l’augurio che gli episodi e gli avvenimenti descritti riaccendano i vostri ricordi!
2° EPISODIO – le punture
Una volta per uomini e donne, grandi e piccoli, qualunque fossero le malattie che contraevano, dal semplice raffreddore all’influenza, la prescrizione medica era, nella maggior parte dei casi, la puntura! Per farla si ricorreva ad una siringa di vetro, che in casa dell’ammalato veniva sterilizzata mediante la bollitura dell’apposito contenitore in alluminio. Una volta ultimata questa operazione, che per guadagnare tempo quasi sempre precedeva l’arrivo di chi le punture sapeva farle, la siringa veniva “montata” (era infatti composta da due pezzi: un cilindro raramente graduato, all’interno del quale doveva scorrere l’altro pezzo, uno stantuffo, per iniettare il liquido) e alla fine inserito un ago. Era proprio l’ago che ci terrorizzava! Quindi si spezzava la fiala, spesso si mescolava il liquido contenuto in questa con la boccettina di penicillina e si agitava con forza. Alla fine, ci rendevamo conto che era arrivata l’ora tanto temuta. Con decisione ci veniva ordinato di abbassare il pigiama per scoprire la parte posteriore, chiedendo, a noi che avremmo dovuto ricordarlo meglio, da quale lato era stata fatta la puntura il giorno prima; si strofinava con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol la parte che, qualche istante dopo, avrebbe colpito con quell’ago, iniettando il siero per accelerare la guarigione. Facevamo di tutto per ostentare un coraggio che non avevamo, ma riuscivamo a mascherare bene le nostre ansie, poiché al momento in cui penetrava l’ago, emettevamo solo un gemito e mai un urlo. Per finire, un’ulteriore vigorosa strofinata sulla parte colpita, che precedeva il sorriso stampato sulla faccia di chi faceva la puntura, per rassicurarci: l’operazione era terminata, per nostra fortuna!
fine 2° episodio – continua
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