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CHI RICORDA CHE LA SCUOLA INIZIAVA IL PRIMO OTTOBRE?

frutta-martorana-irrera-3 CHI RICORDA CHE LA SCUOLA INIZIAVA IL PRIMO OTTOBRE?GROTTA-POLIFEMO CHI RICORDA CHE LA SCUOLA INIZIAVA IL PRIMO OTTOBRE?E’ una domanda alla quale risponderanno qualli che hanno una certa età…

Allora non si parlava di ponti, e tutti avrebbero voluto quello sullo Stretto (incluso chi ora lo contesta e scende in piazza); per cui dopo gli esami di riparazione a settembre, il primo ottobre si tornava in classe. Poi ci aspettava il 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi, Patrono d’Italia, per un giorno di vacanza dopo soli tre giorni; e anche novembre si presentava nel migliore dei modi, con quattro giorni di festività perché il 3 ce lo prendevamo noi: la ricorrenza di Ognissanti, la commemorazione dei defunti, la Festa della Vittoria, dall’1 al 4 novembre: quattro giorni di vacanza, ad un mese dall’inizio dell’anno scolastico.

Per noi di un’altra generazione era il secondo stacco vacanziero, dopo solo un mese di scuola.  Poi, via in attesa delle vacanze natalizie e della fine del primo trimestre, con il giorno dell’Immacolata a distanza di un mese, che ci permetteva di stare a casa un altro giorno ancora. E se andava bene,, ancora non erano arrivati tutti i docenti e ci accompagnava l’orario provvisorio.

Non si parlava di scioperi, figuriamoci di occupazioni o di autogestioni, parola per noi sconosciuta. Si faceva a gara per essere gli ultimi ad entrare ed i primi ad uscire, le prime conquiste erano i pantaloni lunghi, per mettere al riparo le cosce, arrossate dal freddo e dai lividi procurati dai pizzichi del compagno di banco, o dai colpi di bacchetta dei maestri dell’epoca! Si studiava per evitare l’impreparazione in greco o in filosofia; si falsificavano le firme poiché una nuova conquista, prima ancora dell’uomo sulla Luna, era la FOGGIA. Si diventava atleti perché c’erano i campionati studenteschi e un paio di giorni di vacanza erano assicurati… Vacanza? Un impegno extrascolastico, con i colori della scuola, nella campestre o all’ex GIL, dove si incontravano altri coetanei dell’epoca per stabilire rapporti di amicizia che durano ancora oggi, dopo più di mezzo secolo!

E poi i nostri sogni: la festa da ballo alla Grotta Polifemo, o quella a casa dei compagni di classe. La prima, quasi sempre di straforo, durante un matrimonio qualsiasi, seduti vicino alla porta di ingresso per guadagnare velocemente l’uscita se il padre della sposa si accorgeva che non eravamo stati invitati; l’altra, la festa per il compleanno, nella quale scoprivamo che gli inviti non erano stati presi nella giusta considerazione dalle ragazze (che all’epoca scarseggiavano, perché i genitori fissavano orari rigorosi da rispettare e non le mandavano in casa dei compagni per innocenti festicciole…), ma presi straordinariamente sul serio dai maschietti che sfogavano i loro istinti bestiali su ciò che veniva preparato in cucina!

Altri tempi! Tradizioni che sono scomparse, che rivivono nei ricordi. Come la notte di Ognissanti, fatta di riti serali prima di andare a letto, e di risvegli nel cuore della notte, per appurare se il nonno o la nonna erano venuti a portare quello che avevamo chiesto, promettendo, come al solito, di diventare più buoni.

Sappiamo tutti che i nonni ci hanno sempre accontentato… quindi ci bastava annusare, al buio e nel silenzio in cui era immersa la casa, e scoprire, prima ancora di accendere la luce, che sul tavolo, sul comodino, sulla scrivania (che solo pochi fortunati avevano) c’era qualcosa di dolce: i motticeddi. Il bicchiere di acqua era stato svuotato, mentre il pane raffermo, messo lì per i nostri defunti, era stato appena addentato. D’altra parte, come avrebbero potuto, i nostri nonni, privi di denti, mangiare quel tozzo di pane duro come le pietre che noi mettevamo la sera prima, per sfamarli? Ci pensavano i nostri genitori a fornire una versione alla quale dovevamo necessariamente credere: il nonno lo avrebbe ammorbidito con l’acqua…

Era bello sapere che, per una notte, non eravamo soli. La mattina, ringraziando per ciò che ci era stato portato in regalo, aspettavamo di ripetere il rito l’anno successivo! Fin quando non siamo diventati grandi. E solo allora ci siamo resi conto che le tradizioni erano scomparse! Così come sembra essere scomparsa la commemorazione dei defunti, attesa con ansia non solo per la vacanza, ma anche per quel rituale messo in atto sin dalla nostra prima infanzia. In attesa di gustare anche noi motticeddi, il tutto rapportato alle condizioni economiche della famiglia: la frutta martorana, colorata e profumata, e qualche scaddillina, i cosiddetti ossi d’i motti… Vassoi piccoli o grandi, ma anche cestinetti, per rinnovare una tradizione che non abbiamo dimenticato e i cui prezzi sono esorbitanti, mentre con il turismo, vediamo le vetrine delle pasticcerie colme di frutta martorana.

Molti di quelli di una certa età ricordano la domanda tipica del giorno dopo, “T’a mìsiru ’i motti?” in cui affiorava il primo doppio senso, una battuta che molti di noi nemmeno riuscivano a comprendere, perché era sempre il più grandicello e smaliziato a formularla…

Oggi sono finite le tradizioni; anche tornare a scuola il primo ottobre era una tradizione. In compenso c’è Halloween, moda irriverente che non ci appartiene, importata dall’America come la Coca Cola, l’obesità, le pessime abitudini alimentari e i dollari dello Zio Sam o le rimesse degli emigranti… Halloween offende la nostra tradizione, violenta i nostri bambini, all’insegna dell’horror, perché non siamo più in grado di difendere la nostra cultura, e ci affidiamo a ciò che viene importato! Ricordando, noi che abbiamo una certa età, quello che c’era una volta, rammaricandoci che i giovani non possano più vivere quel mondo e quei sogni di ieri.

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