CINEMA, CHECCO ZALONE, LO SGUARDO SCOMODO DI UN COMICO
La visione diretta del nuovo film di Checco ZALONE BUEN CAMINO ha fatto comprendere molte cose che dai trailer e dalle recensioni non emergevano affatto. Grazie alla visione del film, i critici militanti o intellettuali hanno bollato come prodotto di serie B il nuovo lavoro di Zalone: così come era stato fatto in passato per i film di Totò, di Franchi e Ingrassia, di Alberto Sordi, rivalutati in ritardo e post mortem. Purtroppo la colpa è sempre quella di diventare un fenomeno di costume, di battere i record di incasso, di essere seguito da milioni di persone che cercano invece di divertirsi anziché assistere alla visione di autentici mattoni.
Però questa volta Checco Zalone ha commesso il peccato di aver distribuito in maniera non convenzionale i ruoli di personaggio più simpatico e più antipatico del film. Da qui la condanna del tribunale del popolo, per il quale il film è solo un … cinepanettone! Ma il popolo, invece, che di certi tribunali se ne frega, lo ha assolto e premiato al botteghino.
Il film, che non è un cinepanettone, fa ridere e riflettere. Mostra un’evoluzione positiva dei personaggi principali (il padre e la figlia) e mette a tema proprio il rapporto intergenerazionale oggi tanto in crisi. Da una commedia non si può pretendere di più. Una commedia che strappa sincere risate, ma senza calcare troppo la mano sullo sberleffo e il turpiloquio, anzi carezzando più volte e in maniera non ruffiana lo spettatore.
BUEN CAMINO è un film che ci ricorda come la vita sia sempre un cammino, che volenti o nolenti siamo chiamati a compierlo in compagnia e che alla fine la meta è più importante del viaggio. Il grande successo popolare di questo film dovrebbe farci interrogare piuttosto sui soggetti e sulle storie proposti dal nostro cinema, dalle nostre fiction, dalla nostra narrativa e letteratura (se ne esiste ancora una).
Perché non siamo più capaci di raccontare grandi e belle storie? Perché ci limitiamo sempre e solo al piccolo cabotaggio di rapporti immancabilmente rappresentati come tossici? Perché non sappiamo più attingere a piene mani ispirazione dalla nostra storia, dalle nostre tradizioni, dalle vicende che hanno segnato nel bene e nel male il nostro popolo?
Qualche anno fa è dovuto venire da Hollywood Ridley Scott a ricordarci della grande storia dell’impero romano (Il Gladiatore). Mi chiedo se oggi Alessandro Manzoni troverebbe un editore per i suoi Promessi Sposi.
Un genitore tutt’altro che perfetto, un genitore del quale ogni figlio si vergognerebbe; un genitore che è riuscito a mettersi in discussione e a mettersi in cammino per amore di una figlia che potrebbe essere la figlia di tutti: ribelle, incerta, spaccona, ma che alla prima difficoltà dice “basta, voglio tornare a casa”. Ed è lì che padre e figlia si sono trovati: nel dubbio, nella fatica, nella paura del dolore e della strada ancora lunga. E si sono ritrovati grazie ai dubbi e alle fragilità di chi ha camminato con loro: ognuno con il proprio peso da portare, un peso che, in un mondo sempre più chiuso su se stesso, una volta condiviso diventa più leggero.
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