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CINEMA, I CINQUANT’ANNI DI “AMICI MIEI”, UN FILM CHE NON PASSA MAI DI MODA

AMICI-MIEI-DI-MONICELLI CINEMA, I CINQUANT'ANNI DI "AMICI MIEI", UN FILM CHE NON PASSA MAI DI MODANel 1975 Mario Monicelli dirigeva uno dei film più immortali della commedia all’italiana: Amici miei. Un titolo che, pronunciato oggi, continua a evocare non solo le zingarate, la supercazzola, le espressioni che sono diventate di uso comune, le burle goliardiche e infantili, ma anche la malinconia, un senso di disfatta esistenziale mitigata solo dall’ironia.

Cinquant’anni dopo, Amici miei è uno dei grandi capolavori del cinema italiano, un film che ha attraversato epoche e appassionato generazioni di spettatrici e spettatori, ridefinendo per sempre la comicità italiana.

L’opera nasce da un’idea di Pietro Germi, che la concepì come una commedia corale, cinica, amarissima, ma che non poté portare a termine. Inizialmente ambientata a Bologna, quando poi la direzione venne affidata a Mario Monicelli, il regista scelse di proiettare la storia nella sua terra d’origine, ovvero la Toscana, perché la storia era a tutti gli effetti toscana, le dinamiche, le burle, le risate, erano state vissute sul serio da amici fiorentini, tutte vicende modellate su persone e vicende reali.

Amici miei ci porta nella vita di cinque amici: il Conte Mascetti, (Ugo Tognazzi), Rambaldo Melandri (Gastone Moschin), Giorgio Perozzi (Philippe Noiret), Guido Necchi (Duilio Del Prete) e il Prof. Sassaroli (Adolfo Celi). Cinque uomini di mezza età, cinque amici diversissimi per estrazione sociale e professione, che trovano rifugio nella complicità reciproca e nell’unico antidoto alla tristezza che conoscono: la zingarata, ovvero la beffa improvvisata, lo scherzo surreale.

Ma sotto la superficie della farsa, si intravede il volto amaro della realtà: Perozzi è un giornalista disilluso che vive un rapporto coniugale infelice; Mascetti è un nobile decaduto che sopravvive a malapena; Melandri è un architetto che non ha mai conosciuto l’amore vero; Sassaroli è un medico rispettato e brillante, il più freddo e razionale del gruppo; Necchi, gestisce un bar con la moglie, il luogo preferito dagli amici in cui si riuniscono per giocare a biliardo, epicentro dell’ozio più totale. Il tutto sullo sfondo di una città come Firenze che gioca un ruolo decisivo: una Firenze malinconica, scolorita, che sfugge alle cartoline e si lascia sorprendere nella sua luce opaca, lo scenario perfetto per una commedia in cui l’arte della burla diventa l’ultimo rifugio per chi, invecchiando, non trova più il proprio posto nel mondo. Il dialetto toscano, all’epoca poco frequentato dal cinema, qui si fa lingua della beffa, della malinconia. 

Come spiega Gian Piero Brunetta nel libro Il cinema italiano contemporaneo, Amici Miei “confermava il senso di duttilità narrativa, la ricerca di momenti di aggregazione collettiva per superare il senso di solitudine e disperazione che circonda l’individuo contemporaneo”. Questo aspetto è ben visibile nei personaggi che vengono raffigurati sullo schermo: questi amici di una vita, senza meta e senza un domani, cercano un diversivo, una distrazione, un tentativo di occultare la propria rovina. Ognuno di loro fugge dalla monotonia, dall’inerzia della propria vita, che sia lavorativa, familiare, coniugale: per questo ogni occasione è buona per inventarsi qualcosa di strampalato, sciocco, insensato, immaturo, assurdamente divertente da fare insieme agli amici.

Forse per questo Monicelli era restio all’uso del termine “zingarate”, che considerava troppo romantico. “Senza crudeltà non si fa ridere”. E Amici miei sa come essere spietato. I protagonisti si massacrano di scherzi, si umiliano a vicenda, non si lasciano mai tregua: “La commedia non si deve mai fermare davanti a nessuno. È questa la sua forza. E la sua crudeltà.” Nessuno si aspettava un successo simile.

Amici miei superò persino Lo squalo al botteghino italiano nella stagione 1975-76.

Amici miei è il più bel film sulla maledizione di essere toscani che l’Italia sinora abbia fatto. E oggi, dopo mezzo secolo, il film resta attuale.

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