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COSTITUZIONE E METODO: UNA RIFLESSIONE NECESSARIA

CostituzioneItaliana COSTITUZIONE E METODO: UNA RIFLESSIONE NECESSARIAL’obiettivo di questa breve nota è aprire uno spazio di confronto serio e costruttivo sui temi della Costituzione, che da qui ai mesi che verranno, saranno auspicabilmente sempre più centrali nel dibattito pubblico. In primavera, infatti, saremo chiamati a esprimerci con un referendum costituzionale confermativo sulla riforma della giustizia.

Il progetto di riforma interviene su punti centrali dell’ordinamento: la separazione delle carriere tra magistrati requirenti (i pubblici ministeri) e magistrati giudicanti; la creazione di due distinti Consigli Superiori della Magistratura, uno per ciascuna funzione; e l’istituzione di un’Alta Corte Disciplinare, incaricata di valutare e sanzionare le condotte dei magistrati.

L’aspetto più controverso riguarda il meccanismo del sorteggio per la nomina dei componenti sia del CSM sia dell’Alta Corte.

È un tema complesso, che tocca il cuore del Titolo IV della Costituzione, quello dedicato allordinamento giurisdizionale, nel quadro più ampio dell’organizzazione e alla divisione dei poteri.

A prima vista potrebbe sembrare una semplice riorganizzazione interna dell’ordinamento costituzionale, ma in realtà si tratta di una questione di rilievo cruciale per la vita stessa della Costituzione. Quest’ultima, infatti, non è soltanto un testo che riconosce e tutela i diritti fondamentali: essa stabilisce anche l’assetto e la separazione dei poteri, proprio in funzione della protezione di quei diritti che ne costituiscono la ragion d’essere.

Ricordo ai lettori che già nel 1789, la Dichiarazione dei diritti dellUomo e del cittadino, richiamava, allart. 16, che ogni Società in cui non è assicurata la garanzia dei diritti, né determinata la separazione dei poteri non ha Costituzione. Non entrerò qui nei dettagli tecnici, che richiederebbero un approfondimento specialistico, ma desidero richiamare l’attenzione su un punto preliminare e fondamentale: il metodo con cui il Governo ha scelto di portare avanti questa riforma.

Il disegno di legge costituzionale nasce su impulso del Ministro della Giustizia, dott. Carlo Nordio, approvato dal Consiglio dei ministri il 6 giugno 2024. Nel successivo iter parlamentare, la maggioranza ha respinto quasi tutti gli emendamenti delle opposizioni, mantenendo intatto l’impianto del Governo. Le stesse forze di maggioranza non hanno presentato modifiche, per non rallentare i lavori, su richiesta dello stesso Governo.

In sostanza, il Parlamento è stato chiamato a ratificare una decisione già presa altrove.

Questo modo di procedere è profondamente incompatibile con lo spirito di una Repubblica parlamentare, fondata sulla centralità dell’Assemblea legislativa, luogo della rappresentanza popolare e del confronto democratico. Quando il Parlamento si riduce a esecutore delle volontà dell’Esecutivo, il sistema costituzionale perde il suo equilibrio naturale. Non a caso, in dottrina costituzionalistica, si parla sempre più spesso del “Parlamento ratificatore”, segnalando una deriva che mina la qualità della nostra democrazia. È qui che si gioca la vera questione costituzionale, ancor prima del merito della riforma.

Come si può pretendere di modificare in profondità l’architettura dei poteri dello Stato quando il procedimento stesso tradisce lo spirito di equilibrio e di partecipazione su cui la Costituzione si fonda? Un Governo che impone la propria linea, riducendo il Parlamento al silenzio, non onora la Carta che dice di voler riformare.

A ciò si aggiunga che, dopo l’approvazione, le forze di maggioranza hanno subito avviato l’iter per il referendum costituzionale.

Anche qui si pone un problema di metodo. Il referendum è uno strumento prezioso di democrazia diretta, ma non può diventare un alibi per scavalcare il confronto politico e parlamentare. Trasformare un tema tanto complesso in un semplice “sì” o “no” rischia di banalizzare scelte che richiedono consapevolezza, competenza e responsabilità, in un Paese dove, peraltro, la partecipazione elettorale è ai minimi storici.

Durante la Prima Repubblica, il referendum costituzionale era un’eccezione, una extrema ratio: se un progetto di riforma non otteneva il consenso dei due terzi del Parlamento, significava che non vi era un’ampia convergenza politica e sociale, e dunque non si procedeva. Oggi, invece, quella soglia di garanzia è diventata un ostacolo da aggirare. In una stagione politica sempre più urlata e meno riflessiva, questo dovrebbe farci riflettere.

La Costituzione non è un terreno di scontro politico, ma la casa comune di tutti. E proprio per questo, il metodo con cui la si tocca conta quanto se non più del merito delle modifiche stesse.

Vorrei chiudere ricordando le parole, proferite in sede di Assemblea costituente da parte di un grande giurista del calibro di Piero Calamandrei, che dovrebbero guidare ogni tentativo di riforma: Quando l’Assemblea discuterà pubblicamente la nuova Costituzione, i banchi del Governo dovranno essere vuoti; estraneo ai partiti deve rimanere il Governo alla formulazione del progetto, se si vuole che scaturisca interamente dalla libera determinazione dellAssemble asovrana”.

Oggi più che mai, dovremmo tornare a quella lezione di rispetto, misura e democrazia.

Antonio Foti

Dottorando di Ricerca in Diritto Costituzionale e Pubblico, presso l’Università degli Studi di Milano

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