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HANNO RIDOTTO IN FIN DI VITA UN RAGAZZO: MA LE FAMIGLIE DOVE SONO?

ragazzo-pestato-da-coetanei HANNO RIDOTTO IN FIN DI VITA UN RAGAZZO: MA LE FAMIGLIE DOVE SONO?Questa ennesima forma di barbarie che leggiamo nelle notizie di cronaca non ha nulla a che vedere con la povertà, l’ignoranza o la mancanza di opportunità. È una barbarie legata all’indifferenza emotiva, al vuoto dove dovrebbe esserci il riconoscimento dell’altro come essere senziente. Sono giovani attratti solo dai followers sui tiktok. Spettacolarizzano il dolore, senza percepirlo minimamente. Sono letteralmente spaventata da questi figuranti senza sentimenti che stiamo allevando. Penso che le responsabilità siano soprattutto delle famiglie: le prime ad essersi svuotate dei propri obblighi morali verso i figli sono le famiglie, che pensano sia sufficiente dare loro beni materiali, e hanno rinunciato ad educare i propri figli.
Quando la sofferenza altrui diventa spettacolo, quando il gemito di chi patisce non provoca alcuna risonanza interiore, siamo di fronte a qualcosa che va oltre la semplice crudeltà. La crudeltà presuppone ancora una relazione – sebbene distorta – con l’altro. L’assenza di empatia, invece, è l’azzeramento di quella relazione, è il trattare l’essere umano come puro oggetto.

L’etica nasce nel momento in cui si riconosce il volto dell’altro, quando la sua vulnerabilità ci interpella e ci obbliga moralmente. Ma cosa accade quando quel volto non viene più visto? Quando gli occhi guardano senza vedere, quando le orecchie sentono senza ascoltare?
Qualcuno dirà che certe cose sono sempre accadute, ma a noi pare che tendenzialmente prima chi compiva il male sapeva di compierlo, aveva il peso di quella consapevolezza. Oggi c’è un’anestesia morale che permette di ferire senza sentire, di distruggere senza percepire la portata del proprio gesto. Oltre alla ferocia e alla totale assenza di scrupoli e di empatia, colpisce l’infantilismo dei ragionamenti con cui, in un età in cui non si è più bambini, provano a inventare scuse ridicole per discolparsi.

Pensano che funzioni come a scuola, dove questa generazione è abituata a negare l’evidenza e a trattare gli insegnanti come pezze da piedi, perché tanto hanno sempre ragione loro, protetti come sono da adulti che li giustificano e li coccolano.

Questa volta però l’hanno fatta grossa e non dovrebbe finire a tarallucci e vino. Già l’ingresso al carcere di San Vittore avrà fatto capire ai maggiorenni del gruppo che la questione è seria e che i divertimenti da balordi saranno un lontano ricordo, la cella di una prigione sarà la loro casa per un bel po’ di anni.

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