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IL LAVORO? MEGLIO ALL’ESTERO PERCHÉ IN ITALIA C’È LO SFRUTTAMENTO

LAVORO-ALLESTERO IL LAVORO? MEGLIO ALL'ESTERO PERCHÉ IN ITALIA C'È LO SFRUTTAMENTOMi sono laureato in Ingegneria con 110 e lode. Il giorno della proclamazione, mia madre piangeva di gioia, mio padre offriva da bere a tutto il bar del paese e i parenti mi chiamavano “Dottore”. Ero convinto, nella mia totale ingenuità giovanile, di avere il mondo in tasca.

Sei mesi dopo, il mondo in tasca si chiamava “Stage extracurriculare a 600 euro al mese, con buoni pasto da 5 euro”. Non era un tirocinio per imparare. Era lavoro subordinato puro, mascherato da beneficenza aziendale.

Lavoravo dieci ore al giorno in un’azienda del Nord Italia che fatturava milioni. Progettavo componenti, firmavo relazioni tecniche, risolvevo grane che i “senior” non avevano voglia di gestire. E intanto, la sera, mangiavo pasta e tonno nel bilocale umido che dividevo con altri due ragazzi, perché con 600 euro al mese non mi pagavo nemmeno l’affitto della mia stanza.

Quando, dopo un anno di questo sfruttamento legalizzato, sono andato nell’ufficio del titolare (che parcheggiava un SUV tedesco da centomila euro in cortile) per chiedere se c’era la possibilità di un contratto vero, lui mi ha fatto un sorriso paterno.

«Vedi,» mi ha detto «noi qui siamo una grande famiglia. Al momento non c’è budget per le assunzioni, ma la visibilità e il prestigio che ti dà avere il nostro nome sul curriculum valgono molto più di uno stipendio pieno. C’è da farsi le ossa.»

Quella sera sono tornato a casa, ho aperto il portatile e ho smesso di cercare lavoro in Italia. Ho tradotto il mio CV in inglese e francese, e l’ho inviato oltre le Alpi. Tre settimane dopo, stavo firmando un contratto a Lione.

Non uno “stage formativo per farsi le ossa”. Un CDI (Contratto a Tempo Indeterminato).

Stipendio di partenza che era esattamente il quadruplo del mio “rimborso spese” italiano. Tredicesima, assicurazione sanitaria integrativa pagata dall’azienda, e una cosa che in Italia mi sembrava fantascienza: il rispetto per il mio titolo di studio e per il mio tempo.

Il primo mese in Francia, alle 18:15 stavo finendo di compilare un file Excel. Il mio nuovo manager francese mi passa dietro le spalle, batte due colpi sulla scrivania e mi guarda malissimo. Ho pensato: Ecco, ho sbagliato qualcosa, mi licenzia.

«Che ci fai ancora qui?» mi fa lui. «Hai finito il tuo orario. Se devi restare oltre, significa che io ho sbagliato a caricarti di lavoro o che tu sei disorganizzato. Chiudi quel PC e vai a farti una birra, la vita è fuori da qui.»

Sono in Francia da tre anni ormai. Ho una casa mia, metto via dei risparmi, vado in vacanza senza dover contare i centesimi. Ma ogni volta che torno in Italia per le feste, sento i politici in televisione o i finti imprenditori lamentarsi della “Fuga dei Cervelli”.

Piangono dicendo che “i giovani non hanno più voglia di fare la gavetta”, che “scappano alla prima difficoltà”, che c’è carenza di ingegneri, medici e tecnici.

La verità? Non c’è nessuna fuga. Nessuno vuole scappare da casa sua, lasciare gli amici, la famiglia, il sole e il cibo per andare a imparare una lingua nuova da zero in un Paese straniero. Noi non stiamo scappando. Noi veniamo sfrattati. L’Italia è un Paese meraviglioso, ma ha deciso che il talento non va pagato, va spremuto. Ha deciso che a trent’anni sei ancora “un ragazzo che deve imparare”, mentre nel resto d’Europa a trent’anni sei un professionista che dirige un reparto.

Io ho smesso di “farmi le ossa” per arricchire qualcun altro. E vi auguro di trovare il coraggio di fare lo stesso.

Dal web

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