IL PONTE SULLO STRETTO? HO PAURA CHE RIMARRA’ UN’INCOMPIUTA!
Chissà quando cominceranno i lavori! Chissà se lo finiranno o rimarrà una gigantesca incompiuta! E’ questo il timore che serpeggia nei messinesi che dovranno finalmente vedere il coronamento del sogno di molti, il ponte sullo stretto.
Ma il fatto che centinaia di famiglie debbano lasciare le loro case per permettere la costruzione dei mastodontici piloni non viene digerita tanto facilmente. La motivazione è semplice: può lo stato buttare fuori dalle loro case chi si è sobbarcato un mutuo pluriennale? In cambio di cosa? Di una casa precaria, di un prefabbricato, di una baracca o di una tendopoli dove accampare, con la promessa di un nuovo alloggio, quanti saranno costretti a subire una decisione calata dall’alto?
Al di là degli impegni prettamente politici, si registrano i CONTRO anche fra coloro che dovrebbero essere, per la loro collocazione filogovernativa, a favore del ponte. Il motivo è semplice: prevale il dubbio. Ossia non lo finiranno mai e rimarranno due tronconi sospesi nello stretto!
Quei soldi si potevano pendere diversamente, si dice da più parti… Con quei soldi si sarebbero potute fare strade, specialmente nel profondo Sud che sta pagando il prezzo di una politica che non ha alcun rispetto dei meridionali: il centro siderurgico di Gioia Tauro, la liquichimica delle bioproteine a Saline Ioniche, gli enormi stabilimenti con la conseguente creazione di migliaia di posti di lavoro, attivati con tanto entusiasmo delle maestranze e dismessi dopo un certo numero di anni, con miliardi di lire… Abbiamo vissuto questo: in un passato che non ha insegnato nulla ai politici di oggi l’industrializzazione programmata di quegli anni si realizzò in modo considerevole, e tanti centri grandi e piccoli assursero a poli industriali. Ma è anche vero che, paradossalmente, le situazioni di allora generarono quelle sacche di povertà che in genere contrastano con il facile arricchimento raggiunto in settori ben delineati.
In tale contesto trovò spesso spazio una condizione di alternanza occupazionale che vide i lavoratori dell’industria impegnati ad offrire, fuori dai loro turni di lavoro, le loro prestazioni “specializzate” in altri settori. Oltre alla piaga del doppio lavoro (spesso praticato “in nero”), verrà un nuovo momento di crisi che attanaglierà le due regioni che più delle altre metteranno a disposizione manodopera e clientelismo.
Saranno messe in pericolo le piccole e medie imprese, costrette a ridurre drasticamente il personale. La società del ponte sarebbe tormentata da continue crisi occupazionali e da frequenti agitazioni sindacali, e comincerà a vacillare fino ad arrivare a mettere in cassa integrazione le maestranze. La situazione dell’azienda si aggraverà ulteriormente e scatteranno i licenziamenti.
I nostri figli, o forse i nostri nipoti, saranno testimoni per anni di incontri politici e sindacali, ma i due tronconi, ammesso che qualcuno che vuole a tutti i costi il Ponte riuscirà a far partire il progetto, resteranno a guardarsi, novelli Scilla e Cariddi, testimonianza della testardaggine e dell’approsimazione umana: un modo nuovo e diverso per passare, negativamente, alla storia, sulle spalle della gente del sud.
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