Caricamento in corso

IL TRISTE ANNIVERSARIO DELL’ASCESA AL CIELO DI NONNO GIOVANNINO

necrologio IL TRISTE ANNIVERSARIO DELL'ASCESA AL CIELO DI NONNO GIOVANNINOIl 12 settembre 1962, mercoledì, papà tornò improvvisamente dal lavoro dicendo che avremmo dovuto andare a Messina. Ci avrebbe accompagnati con l’auto il signor Mazzù. Presi posto avanti perché soffrivo il mal d’auto, da bambino; dietro c’erano papà e mamma. Fu un viaggio stranamente silenzioso. Mentre la macchina affrontava i tornanti dei Colli Sarrizzo, guardavo la strada per non costringere l’autista a soste forzate. Arrivati a Messina, posteggiammo a pochi metri dal negozio che il nonno gestiva, in via Felice Bisazza, adiacente alla Chiesa dei Salesiani, e nel quale vendeva pellami e articoli per calzature. Nonostante la sua età, continuava ad esercitare il mestiere di calzolaio, riparando scarpe o fabbricandole a mano.

Scesi dall’auto, captai solo che mamma chiese ad un mio zio, che ci venne incontro, notizie di “papà”. “E’ ancora là, non l’abbiamo potuto portare a casa…” rispose lui, con gli occhi arrossati. Entrati, trovai nonno Giovannino immobile su un improvvisato letto, nel retrobottega: lo aveva stroncato un infarto mentre, come ogni giorno, era seduto al deschetto per riparare le scarpe che i clienti gli avevano portato. Scoppiai a piangere, inconsolabile: oltre al dolore per la perdita improvvisa, anche per il rimorso per non averlo potuto salutare, quel 19 agosto. E che mi sarei portato dietro, per tanti anni ancora.

Per nonno Giovannino sono stato il primo nipote, e sebbene fossi piccolo, di lui mi rimangono tanti ricordi che il tempo non potrà mai cancellare. Aveva 72 anni, l’età che ho passato da un paio d’anni! Non aveva alcun titolo di studio, tutto quel che aveva imparato lo doveva alla sua acuta intelligenza, così come avveniva un tempo.

Per il 24 maggio a scuola ci insegnarono a cantare la Leggenda del Piave, anche se eravamo poco più che fanciulli. Potevamo avere sette, otto anni, ma ci avevano inculcato persino la convinzione che i nostri antenati, mandati a morire al fronte da chi decideva le sorti del mondo, da chi aveva necessità di sedersi al tavolo della pace in nome della PATRIA e di qualche milione di Morti, si erano battuti per un mondo migliore e per la libertà. Mio nonno Giovannino fu mandato, come altri suoi coetanei, come altri milioni di giovani, al fronte, al confine! Tornò a casa, come molti altri; ma raccontò di altri che a casa non erano tornati. Ero troppo piccolo per comprendere dai suoi racconti la carneficina di quegli anni, di quei giovani che fra loro non riuscivano nemmeno a comprendersi perché parlavano dialetti diversi. Forse non osavo nemmeno immaginare di cosa parlava… Però ricordo che definiva quella che aveva combattuto LA GRANDE GUERRA. No, non l’aveva definita lui così: era la retorica del tempo, l’illusione che non ce ne sarebbe stata un’altra.

Nel 1940 ci fu un’altra guerra. Fu definita SECONDA GUERRA MONDIALE, ma non più la GRANDE. Non fu chiamato a combattere, aveva 50 anni ed una famiglia numerosa. Gli fu chiesto però qualcosa che diede alla Patria: la fede. Non aveva all’anulare sinistro la fede nuziale. Non riuscivo a comprendere il significato di quella sua giustificazione: ho dato la fede alla Patria. 

Quante cose non capivo. Ma ero piccolo, era normale.

Oggi ho più degli anni che aveva mio nonno quando mi ha lasciato e continuo a non capire perché si continui a combattere. Non ci sarà più una grande guerra, questo sarà vero. Ma perché si parla sempre di combattimenti, di morti, di vittime innocenti, in attesa di sapere chi saranno i vincitori e i vinti? Forse a questa domanda so dare una risposta: i vinti saremo noi… Me lo ha detto mio nonno Giovannino, tanti anni fa; oggi, nel 64° anniversario della sua ascesa al cielo, quelle sue parole le ricordo ancora.

Strumenti di condivisione:

Commento all'articolo

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.