IL VANGELO DI DOMENICA 14 SETTEMBRE ed il suo commento
Gv 3, 13-17
Dal Vangelo secondo Giovanni
In quel tempo, Gesù disse a Nicodèmo: «Nessuno è mai salito al cielo, se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo. E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna.
Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna.
Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui».
C: Parola del Signore.
COMMENTO AL VANGELO DI DOMENICA 14 SETTEMBRE 2025
(Gv.3,14-17) E’ capitato a tutti di notare, nelle farmacie, un simbolo formato da un serpente arrotolato attorno a un legno: si tratta del Bastone di Asclepio. E’ un simbolo molto arcaico proveniente dall’antica Grecia, dove il serpente simboleggia la rinascita (perché cambia la pelle) e la vita fertile perché ricorda l’organo riproduttivo. Nella Bibbia il serpente ha la doppia valenza sia positiva che negativa. Positiva perché indica una vita nuova e salubre (Nm.21,3-4) e negativa come segno d’inganno e bugia (Cfr. Gn.3). In questo brano è richiamato l’episodio, teologico non cronachistico, nel suo aspetto positivo. Il racconto riferisce che il popolo di Israele si trova nel deserto in precarie condizioni di vita e si lamenta con Dio rimpiangendo la schiavitù in Egitto. Questa infedeltà è punita con la presenza di serpenti velenosi che procurano dolore e morte. Il popolo, pentito, chiede a Mosè di intercedere presso Dio il quale ordina di innalzare un serpente di bronzo su un bastone: chi avrebbe guardato il serpente, con fede, non sarebbe morto avvelenato. Il racconto mitologico ha molti risvolti culturali e psicologici che non è possibile indagare in questo contesto. L’evangelista Giovanni collega il mito del serpente di Mosè per trasmettere un messaggio importante: come chi guardava il serpente di bronzo era salvato dalla morte, allo stesso modo chi guarda Gesù sulla croce, è salvato dalla morte spirituale. Guardare non significa vedere, ma avere fede cioè fiducia nel Signore perché mai, nulla di male, verrà da parte di Dio agli uomini! Mai possiamo attribuire a Dio castighi e punizioni… chi lo fa, non conosce il Vangelo e neppure Gesù. Dio infatti, ha tanto amato il mondo, gli esseri umani, da dare il Figlio unigenito. Se Dio è una forza propulsiva comunicativa d’amore, se è un’energia vitale e amante così come l’ha descritto e incarnato Gesù, può donare esclusivamente amore e vita. Spetta poi a ciascun individuo, nel possesso della piena libertà, accogliere questo amore e redistribuirlo agli altri, oppure no. Gesù non è qui per condannare il mondo cioè noi, perché il Signore è un pedagogo, non un è castigatore. Dio non ha mandato il Figlio per condannare il mondo, ma per salvarlo; salvare significa promuovere la conversione e dare valore e dignità a ciascun individuo. Nella metafora, il bene è luce, il male è tenebra. Chi fa il male odia la luce cioè detesta il giudizio negativo degli altri perché vuole restare impunito. Però in effetti, il castigo se lo dà da solo… perché vive nel suo piccolo mondo attorniato dal nulla. Viceversa chi fa il bene, vive nella verità perché è veritiero, attendibile, giusto cioè promuove e solidarizza con gli altri. Un comportamento genuino, veritiero e giusto, non riguarda una dottrina imparata sui libri, ma sgorga da un cuore puro a imitazione di Gesù. Il Poeta Trilussa ci fa notare che la luna brilla di luce riflessa, mentre la lucciola brilla di luce propria anche se è piccola. Se viviamo nel mondo dell’effimero e dell’apparenza sgargiante, è meglio essere piccoli… ma autentici.
MARIELLA RAPPAZZO
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