IL VANGELO DI DOMENICA 24 MAGGIO (PENTECOSTE) ed il suo commento
Dal Vangelo secondo Giovanni
Gv 20,19-23
La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!». Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore.
Gesù disse loro di nuovo: «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi». Detto questo, soffiò e disse loro: «Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati».
Parola del Signore.
RIFLESSIONE SUL VANGELO DI DOMENICA 24 MAGGIO 2026 (Gv 20,19-23)
I quattro Evangelisti seguono ognuno la propria linea teologica e raccontano la risurrezione con modalità diverse e svariate incongruenze perché non fanno una narrazione cronachistica. Mentre Luca insiste sulla fisicità di Gesù risorto capace persino di mangiare pesce arrostito… (Lc.24,41-43), Giovanni lo spiritualizza totalmente e lo fa entrare nel cenacolo a prescindere dalle serrature. Ma perché riferisce il particolare delle porte chiuse? Al tempo in cui mi preparavo alla 1° Comunione, ormai nel secolo scorso, la zelante e anziana catechista ci insegnava così: “Gli Apostoli chiudevano le porte perché avevano paura; temevano di essere arrestati e uccisi come a Gesù.” Sembrava una spiegazione logica e convincente… ma io lo giudicavo un comportamento ingenuo perché, se i cattivi avessero voluto arrestarli, una porta chiusa non li avrebbe certamente fermati! Piuttosto rischiavano di fare la fine dei topi in trappola. Il rimprovero della catechista, arrivava brusco e immediato e spegneva ogni risata dei miei compagni. La paura dei discepoli però è vera e denota la loro insicurezza, il loro smarrimento causato della crocifissione perché non hanno ancora fatto esperienza di Gesù “vivo”. Oggi comprendo che il tema delle porte chiuse è un chiaro riferimento al Profeta Isaia: “Va popolo mio, entra nella stanza e chiudi la porta dietro di te. Nasconditi per un momento finché non sia passato lo sdegno”(Is.26,20) . E’ un invito a raccogliere le forze, a fare quadrato su un fatto che ha destato sgomento: la morte di un innocente. La riflessione comunitaria che fanno i discepoli nei primi secoli d.C. è necessaria perché consente di capire in profondità tutta la vicenda. Nel racconto teologico di Giovanni, Gesù risorto “stette in mezzo a loro”. E’ una bellissima indicazione: Gesù non sta in alto irraggiungibile, non sta al primo posto creando gerarchia, ma sta “in mezzo”, al centro, e tutti i discepoli attorno a lui in equidistanza, alla pari tra di loro. Come i numeri sul quadrante dell’orologio sono equidistanti dal perno delle lancette, allo stesso modo anche noi da Gesù. Il fatto che mostra le mani e il costato ferito è un espediente letterario per indicare che tra l’uomo morto sulla croce e il Risorto, c’è piena identità. Colui che è “vivo dice”: “Shalom aleichem” . Gesù augura quella pace che non è solo assenza di guerra, ma è vita abbondante, completa, salvata: quella di chi lotta per la giustizia anche a costo della propria vita. «Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Il termine Apostolo deriva dal greco “apostello” e significa mandato a testimoniare, con la propria vita, l’amore generoso che si fa servizio verso gli altri. Chi sta attorno a Gesù riceve il suo Spirito, la sua forza, la sua determinazione e diventa membro della nuova comunità umana, quella dei figli di Dio. Una comunità che sa, da un lato, riconoscere i punti di debolezza e le criticità, dall’altro si impegna fino in fondo per prevenire situazioni di degrado sociale. Una comunità sana, infine, pone come finalità anche la riabilitazione di chi ha sbagliato. In fondo, chi è esonerato dal peccato? Ci rendiamo conto, piuttosto, che il perdono più difficile è quello da dare a noi stessi. MARIELLA RAPPAZZO
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