L’EMORRAGIA DI TRE ANNI FA… MA NON VI NASCONDO CHE HO ANCORA PAURA
DEDICATO A TUTTI COLORO CHE DEVONO SUPERARE UNA PROVA DIFFICILE, AI LORO CARI, A CHI VIVE NELL’ANSIA… UNA TESTIMONIANZA CHE INVITA A LOTTARE E A NON AVERE PAURA SE SI GUARDA AVANTI CON FIDUCIA E CON AMORE…
Tre anni fa. Le immagini di quel 24 luglio 2023 mi sono rimaste impresse e ogni tanto le rivedo. Rivedo quella luce accecante, azzurra, che come una lama penetrava nel mio cervello. Una luce che mi ha fatto svegliare di soprassalto, e forse quello mi ha salvato. Sarò rimasto immobile nel letto una decina di minuti, muovendo leggermente la testa, cercando di girarla a destra e a sinistra perché credevo che fosse un principio di artrosi cervicale: in quei casi ogni movimento brusco peggiora la situazione.
La luce era scomparsa, non avvertivo dolori ma avevo paura di alzarmi. Alla fine cerco di farlo ma non ci riesco: la casa, la pareti, i mobili sembrano cadermi addosso. Ed allora grido e chiamo aiuto. Un paio di secondi e comincio a rimettere lanciando urla sovrumane. Da quel momento ricado nel letto: ricordo solo le telefonate al medico, a mia figlia, a mia cognata neurologa al Policlinico, al 118. Non riesco a ricordare se fossero arrivati tutti assieme ed in pochi minuti si fossero dati appuntamento al mio capezzale: avevo perso la cognizione del tempo. Ricordo invece che dopo alcuni consulti riuscirono a farmi sedere su una sedia per trasferirmi in ambulanza: mi chiesero se ce la facessi ad alzarmi ma risposi no. Parlarono dell’eventualità di mettermi in un sacco per portarmi giù dal quarto piano ma mi convinsero a sedermi e mi infilarono nell’ascensore. Avevo voluto gli occhiali senza i quali non avrei visto nulla, e ricordo che attorno all’ambulanza si erano radunate, come avviene in questi casi, tante persone per vedere chi sarebbe uscito dal portone per essere trasportato in ospedale.
Dentro l’ambulanza rimasi solo con i miei pensieri per un tempo interminabile. Capii, dalla lunghezza del tragitto, che non stavo andando a Milazzo: poi dai sobbalzi sui giunti di dilatazione dei cavalcavia compresi che il percorso era più lungo, ma non sapevo la destinazione. Arrivammo al Policlinico di Messina: mi aspettavano già ed erano allertati. Attorno alla mia barella si affollavano medici ed infermieri, ma il volere tornare a casa dopo le prime medicazioni aveva preso il sopravvento. Purtroppo di tornare a casa non se ne parlava: non sapevo quanto avrei dovuto restare nel reparto: compresi che mi era stata diagnosticata una emorragia cerebrale. Era un miracolo che fossi riuscito a sopravvivere, ma i danni non si potevano quantificare. Ricordo però che guardavo con curiosità che mi stava attorno, cercando di percepire quella cruda diagnosi, quando ad un certo punto lessi sul camice di uno dei medici un nome per me familiare. Gli chiesi, pronunciando per la prima volta le parole, se avesse rapporti di parentela con la persona che aveva lo stesso cognome, e mi disse che era il padre; aggiungendo: “Lei lo ha conosciuto?”.
“Certo – risposi rassicurato per aver conosciuto una persona che poi si sarebbe rivelata fondamentale nel mio ricovero – era il mio insegnante di latino e greco al Liceo di Milazzo…”. “E quando?” chiese forse per approfondire la sua diagnosi. “Nel 69/70, 53 anni fa”, raccontandogli alcuni episodi della sua permanenza a Milazzo. Lo meravigliai, e seppi dopo che lo stesso dottore aveva capito, dal mio discorso e dalle risposte, che il mio cervello non era stato intaccato ed era rimasto illeso.
Rimasi al Policlinico circa un mese, immobile in un lettino, portato chissà quante volte a fare la TAC al cervello. Fui dimesso solo per continuare a casa la terapia e fare la riabilitazione a domicilio. Per un altro anno mi sottoposi agli esercizi di riabilitazione, rimparando a scrivere al computer, facendo ricorso anche ad un terapista e ad un logopedista, e cominciai a riprendere confidenza con la penna e mettendo, dopo centinaia di volte, la mia firma. Riuscii a camminare dopo due mesi, riacquistando l’equilibrio e con la raccomandazione di camminare spesso ma evitando di prendere sole, di non fare tuffi e soprattutto di non andare sott’acqua. Se penso che questa è la punizione maggiore per uno che in gioventù era soprannominato Balena per i suoi tuffi e le immersioni… Mah…
Il peggio, mi dicono, è passato. Aggiungendo che l’importante è potere raccontare quel che è successo. Ma non vi nascondo che appena si avvicina l’anniversario ho paura, anche se son venuto fuori da sotto un treno in corsa… anche se qualcuno dice che non mi hanno voluto perché sono una “camurria”, e qualcun altro aggiunge che sono stato miracolato …
Oggi, con la grazia di Dio, sono qui, ed ho voluto raccontarvi quel che mi è successo tre anni fa per incitarvi a non perdere le speranze.
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