LEVANO I FIGLI AI GENITORI: MA QUANTI MINORENNI IN ITALIA DELINQUONO O TORNANO LA MATTINA DOPO?
La scena, giovedì pomeriggio, è stata quella delle grandi emergenze: sirene, auto dei carabinieri, servizi sociali, qualche vicino affacciato. Intorno alle 15, nelle campagne di Palmoli, nel Chietino, le forze dell’ordine eseguono il decreto con cui il Tribunale per i minorenni dell’Aquila ha disposto l’allontanamento dei tre figli di Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, coppia anglo-australiana diventata in pochi giorni simbolo – e bersaglio – del dibattito sui “neorurali”, le famiglie che scelgono una vita fuori dalle città e, spesso, dai servizi di base.
Nel decreto i giudici hanno sospeso la responsabilità genitoriale di entrambi i genitori, nominato un tutore provvisorio (l’avvocata Maria Luisa Palladino) e ordinato il collocamento dei minori in una casa famiglia, a Vasto, dove la madre può seguirli con forti limitazioni. Una decisione che ha spaccato l’opinione pubblica: tra chi parla di “bambini strappati ai genitori” e chi ricorda che il compito dello Stato è proteggere i più piccoli anche dalle scelte radicali dei grandi.
Alla base del provvedimento ci sono le relazioni dei carabinieri e dei servizi sociali. Nei documenti del Comune di Monteodorisio, gli operatori descrivono così la situazione:
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la famiglia vive in una condizione di “disagio abitativo” perché l’immobile non era stato dichiarato abitabile (la certificazione è arrivata solo in seguito, tramite il legale della coppia);
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nella casa, riferiscono gli assistenti sociali, non sono presenti servizi igienici interni;
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i genitori non hanno un reddito fisso;
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i bambini non frequentano la scuola e risultano isolati rispetto ai coetanei.
Per il Tribunale si configura così una “grave negligenza genitoriale”, legata alla mancata scolarizzazione e all’isolamento sociale dei minori, fino a parlare di “pericolo di lesione del diritto alla vita di relazione” e di violazioni dei diritti all’integrità fisica e psichica. Da qui la scelta drastica dell’allontanamento.
Nathan Trevallion, 50 anni, parla cinque lingue e dice di aver vissuto in sei Paesi diversi tra Europa e Asia. Racconta di aver lavorato per anni come taglialegna, di essersi convertito all’ambientalismo davanti alla distruzione delle foreste in Indonesia, e di aver scelto insieme a Catherine una vita “senza contaminazioni”. Si sono conosciuti a Bali. Lei, maestra di equitazione, un libro di coaching, parla sei lingue ed è di famiglia benestante. In Italia arrivano dopo aver sentito parlare dell’Abruzzo come di una terra ancora pura. Prima tappa: una casa con tutti i comfort a Sant’Omero, in provincia di Teramo. Troppo moderna, troppo collegata: acqua corrente (con tubature che, secondo loro, portano microplastiche in casa), bollette da pagare, elettricità. Da quattro anni la scelta radicale: la casetta “instabile” di Palmoli, nel cuore del bosco. Il bagno interno viene smantellato per fare posto a una buca esterna, l’acqua si prende da un pozzo, la doccia è sostituita da una spugna bagnata. L’energia? Ridotta al minimo, anche se in casa – racconta Nathan – c’è comunque una connessione per consentire alla moglie di lavorare in smart working con un tablet.
“Non siamo matti – ripete –. Abbiamo studiato, viaggiato, sappiamo cosa ci rende felici. Vogliamo crescere i nostri figli nella natura. Qui intorno ci sono quindici famiglie come noi, una piccola comunità di neorurali”.
Sulla scuola, rivendica il diritto all’istruzione parentale. Sull’accusa di isolamento affettivo, risponde che i bambini “frequentano i coetanei di famiglie che condividono la stessa scelta di vita” e che sono “felici, profumati, beneducati e ben nutriti”. Persino l’episodio dell’intossicazione da funghi, con il ricovero in ospedale e il rifiuto dei figli di accettare il sondino nasale perché “di plastica”, viene letto come conseguenza di una convinzione educativa: “Non vogliamo plastiche nei loro corpi, è un punto di vista legittimo”, insiste.
Nel decreto, il Tribunale contesta anche l’esposizione mediatica dei minori: la scelta di mostrare i bambini in interviste e servizi televisivi, comprese trasmissioni di grande audience, viene considerata un ulteriore elemento di vulnerabilità. Una scelta che, al contrario, Nathan difende come estrema forma di tutela: “Li abbiamo mostrati perché tutti potessero vedere che stanno bene. Perché spezzare questo legame?”.
Ma fino a che punto è possibile scegliere uno stile di vita radicalmente alternativo quando ci sono di mezzo dei bambini? Per Nathan e Catherine la risposta è chiara: “Abbiamo il diritto di vivere come i nostri nonni, fuori dalla modernità. I figli, da grandi, sceglieranno”. Per il Tribunale, però, i diritti dei minori vengono prima di quelli dei genitori a sperimentare forme di vita estreme. Ora Nathan promette di rimettere il bagno in casa, spostare la cucina, creare due camere da letto e “sistemare tutto in quattro o cinque giorni”.
Sul suo sito “mamma” Catherine Birmingham ricorda l’incidente da cui tutto è iniziato: era il 2024 quando un fungo tossico finisce nel pranzo. L’arrivo dei servizi di emergenza attira l’attenzione delle autorità e inizia lo scontro con i servizi sociali. Ma difende la scelta di vivere “off grid” in natura, e crescere i tre figli fuori dai modelli educativi e sociali tradizionali. Alla ricerca di una vita semplice, a stretto contatto con la natura, con pochi consumi, tanta libertà e un’educazione basata su famiglia, natura e unschooling. Per Catherine il percorso nido, materna e scuola, ma anche l’idea che i bambini debbano “socializzare” presto con tanti coetanei, “spezza il legame profondo con i genitori e crea insicurezze, bisogno costante di approvazione esterna e maggior rischio di abusi”. Catherine collega la scuola classica a ansia, depressione, ADHD e perfino suicidio tra i giovani; vede l’unschooling come via per crescere adulti consapevoli, autonomi e meno manipolabili. Idee che seguono le teorie del discusso medico canadese Gabor Maté, criticato in ambito accademico, perché tende a dare un peso molto forte al trauma come causa di quasi tutte le malattie e dei disturbi psicologici.
Ma per Catherine vivere in mezzo al verde, in una tiny house, autoproducendo il cibo, rafforza il sistema immunitario, la creatività, l’intuizione e il senso di responsabilità verso le risorse e l’ambiente. I figli “non vaccinati e alimentati quasi solo con cibo vegetale autoprodotto e senza zuccheri” sarebbero “più sani, felici, intuitivi, connessi alla natura”. E propone la scelta intraprese con il marito Nathan Trevallion come esempio di “via futura” per l’umanità.
E a far visita a Nathan sarà anche la presidente del Consiglio Giorgia Meloni. A riferirlo è l’agenzia LaPresse, secondo cui la premier, attualmente impegnata in Sudafrica per il G20, sarebbe rimasta particolarmente colpita dalla vicenda e avrebbe manifestato la volontà di approfondirla personalmente.
La presidente del Consiglio, in accordo con il ministro della Giustizia Carlo Nordio, starebbe valutando l’invio degli ispettori ministeriali per fare chiarezza sull’intero iter che ha portato all’allontanamento dei bambini dal padre e al loro collocamento in struttura.
da today.it
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