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MELONI / TRUMP: UN DOCUMENTO DEL MOVIMENTO PER I DIRITTI DELLE DONNE

MELONI-E-TRUMP-scaled MELONI / TRUMP: UN DOCUMENTO DEL MOVIMENTO PER I DIRITTI DELLE DONNE“Non ero obbligato a parlarle.” “Mi ha pregato di fare una foto.” “Mi ha fatto pena.”

Sono queste le parole che Donald Trump ha utilizzato riferendosi a Giorgia Meloni. Parole che hanno generato polemiche, prese di posizione, meme e migliaia di commenti. Ma forse la questione più importante non riguarda né Donald Trump né Giorgia Meloni. Riguarda noi.

Riguarda il modo in cui, ancora oggi, guardiamo le donne che occupano posizioni di potere. Perché, in queste ore, la Presidente del Consiglio italiana viene raccontata e rappresentata attraverso uno degli stereotipi più antichi della storia: quello della donna dipendente dall’approvazione maschile. La donna che cerca conferme. La donna che desidera essere notata. La donna che misura il proprio valore attraverso lo sguardo di un uomo potente.

È questo il sottotesto che emerge dalle parole di Trump. Ed è questo il sottotesto che molti stanno inconsapevolmente rafforzando. La risposta di Giorgia Meloni non si è fatta attendere. Ha smentito quelle affermazioni e ha risposto con una frase semplice: “L’Italia non implora nessuno.”

Una risposta che, al di là delle appartenenze politiche, sposta il discorso dal piano personale a quello istituzionale. Trump racconta una relazione di subordinazione. Meloni rivendica una relazione tra pari. Trump parla di sé. Meloni parla dell’Italia. Eppure, subito dopo, il web si è riempito di meme che la rappresentano come una donna affascinata da Trump, succube del suo carisma, dipendente dalla sua approvazione, intenta a guardarlo con occhi sognanti. Ed è qui che emerge una contraddizione che dovrebbe farci riflettere. Perché se qualcuno sostiene che una donna potente stia cercando disperatamente l’attenzione di un uomo, e la risposta è rappresentarla esattamente in quel modo, il risultato non è smentire quella narrazione. È rafforzarla.

Molti di questi contenuti vengono condivisi da persone che si considerano progressiste, femministe, attente ai diritti delle donne. Eppure finiscono per riproporre proprio lo stereotipo che per decenni il movimento delle donne ha cercato di smontare. Lo stereotipo della donna che non esiste in sé stessa. Della donna che ha bisogno di essere scelta. Della donna che cerca legittimazione attraverso uno sguardo maschile. Della donna il cui valore dipende dal riconoscimento di un uomo. È uno schema culturale antichissimo. Ed è lo stesso schema che, nel corso della storia, ha accompagnato quasi tutte le donne che hanno raggiunto posizioni di potere. Quando Margaret Thatcher guidava il Regno Unito, si parlava continuamente del suo carattere, della sua femminilità, del suo modo di essere donna. Quando Angela Merkel guidava la Germania, veniva spesso descritta come la “mammina d’Europa”, quasi fosse necessario ricondurre la sua autorevolezza a un ruolo familiare. Quando Hillary Clinton si candidò alla Casa Bianca, una parte enorme del dibattito riguardò il suo aspetto, il suo tono di voce, il suo sorriso.

Le donne al potere raramente vengono giudicate soltanto per le loro idee e le loro decisioni. Troppo spesso vengono ancora raccontate attraverso categorie che hanno a che fare con il loro rapporto con gli uomini. Ed è esattamente ciò che sta accadendo oggi. Si può essere in totale disaccordo con Giorgia Meloni. Si possono contestare le sue politiche, le sue scelte, la sua visione del Paese. Ma una critica politica dovrebbe riguardare le sue idee e le sue decisioni. Non la rappresentazione caricaturale di una donna che cerca disperatamente l’approvazione di un uomo. Per questo è significativo che tra le voci di solidarietà ci sia stata anche quella di Pedro Sánchez, Primo Ministro socialista della Spagna e tra i leader europei più lontani da Meloni sul piano politico. Un gesto che ricorda una cosa semplice ma fondamentale: ci sono principi che dovrebbero venire prima delle appartenenze politiche. Il rispetto delle istituzioni. Il rispetto delle persone. Il rispetto delle donne che ricoprono ruoli di responsabilità. Perché quando si riduce la Presidente del Consiglio italiana allo stereotipo della donna dipendente dall’approvazione maschile non si sta soltanto colpendo Giorgia Meloni. Si sta comunicando che una donna, anche quando arriva al vertice di una nazione del G7, continua a essere leggibile prima di tutto attraverso il suo rapporto con un uomo.

Ed è un messaggio che non fa bene a nessuno. Non fa bene alle donne. Non fa bene alla qualità del dibattito pubblico. E non fa bene nemmeno all’immagine dell’Italia. Le donne non hanno bisogno dell’approvazione di nessuno per esercitare autorevolezza. E la critica politica non dovrebbe mai trasformarsi nella riproposizione degli stereotipi che diciamo di voler combattere.

DA FACEBOOK – scritto da  MOVIMENTO PER I DIRITTI DELLE DONNE

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