MILAZZO, ALBUM DEI RICORDI: LA MARINA GARIBALDI E VACCARELLA
Dal libro ALTRO GIRO, ALTRA CORSA, Lombardo editore:
“Siamo sul litorale di Levante. Davanti al Municipio, in un fantasmagorico gioco di colori che animavano le aiuole ricche di fiori, c’era il Circolo Diana. Al suo interno, o meglio nel prato che rappresentava il campo da tiro, aveva luogo la mattanza dei colombi, caratteristica in quegli anni dominati dal nuovo sport che veniva praticato da tantissime persone che affollavano Milazzo nel fine settimana, il tiro al piccione. Adiacente al Circolo Diana, sorge il Circolo del Tennis che aveva bonificato una zona nella quale prima avvenivano frequenti risse o regolamenti di conti.
Procedendo verso nord, il lungomare è un incanto, e si susseguono le aiuole con i fiori amorevolmente curate dai giardinieri agli ordini del prof. La Rosa. I sedili in ferro, che guardavano il mare, e quelli in marmo con i quali si alternavano rivolti anche verso la strada, sono stati purtroppo spazzati via dalla mareggiata del 21 gennaio 1981. I pali neri, alla sommità dei quali c’era una lampada, diffondevano una luce discreta sulle mattonelle della marina, cm 20 per 20, nelle quali ogni tanto si leggeva il nome della fabbrica che le aveva prodotte: “Fugazzotto Sebastiano – Milazzo”. Ad est ancora non c’erano le luci della Raffineria o le torri e i serbatoi in acciaio che portarono benessere e occupazione, e nell’aria si spandeva il profumo dei gelsomini, quando il vento carezzava le fronde dei ficus benjamin che non avevano ancora mostrato la potenza delle radici che avrebbero sollevato le mattonelle smantellando per lunghi tratti la passeggiata a mare…
Sul lungomare praticavamo il nostro gioco preferito, la “bandiera”. Ma era un piacevole passatempo anche giocare a “liberare”, in cui alle abilità dei concorrenti si univa la destrezza nel toccare il compagno di squadra, fatto “prigioniero” dagli avversari e tenuto sotto rigido controllo, quindi permettergli di sfuggire puntando sulla velocità. E per correre più velocemente, molti ragazzi facevano a meno dell’unico paio di scarpe o di sandali: in mancanza delle scarpette da tennis di colore bianco, le uniche che avremmo potuto permetterci per anni, diventavano irraggiungibili ed imbattibili correndo a piedi scalzi…
Per lavarli, alla fine di ogni gioco e dopo le sudate, c’era il … mare: i più grandi scendevano agevolmente dal muretto in pietra lavica che delimita ancora oggi la passeggiata, e poi a forza di braccia tornavano su. Chi non ne era capace, giungeva al cancelletto all’altezza della statua della Libertà, e immergeva i piedi in acqua; ma ambiva sempre a imitare i più grandi e potere scendere e risalire dallo stesso punto in cui quelli mostravano la loro agilità.
Per chi giocava nell’atrio del Carmine, sempre a piedi scalzi, a calcio o anche lì ad una miriade di giochi che all’epoca andavano per la maggiore, per lavarsi c’era invece la fontana adiacente ai gabinetti pubblici, o la vasca lunga e stretta alla quale si abbeveravano centinaia di colombi che nidificavano nei fori quadrangolari della facciata del palazzo Municipale. Spesso a quella fontana i ragazzi facevano la fila per bere; e questo succedeva quando al bar Castelli, che doveva sopportare un viavai di assetati, veniva loro negato un semplice bicchiere d’acqua, ma solo per evitare che, sudati, potessero avere una congestione…
Proprio all’inizio del lungomare, o della “marina”, c’era il chiosco di Cilindro, una struttura precaria fatta con un bancone dietro al quale venivano custodite le cassette di bibite e i gelati per i clienti. Poco distante dal sotto un tendone che riparava dalle intemperie durante la stagione invernale, c’erano invece i bigliardini di don Giovannino.
Procedendo sul lungomare (la “marina”) alla fine dei ficus appare una strada che porta verso ponente: il primo palazzo d’angolo a sinistra ospitava il circolo Duca di Genova, noto come circolo dei nobili. Subito dopo, lo storico bar di Gioacchino Smedile, mentre sulla via C. Colombo (ex via Lifia), prima di giungere a Villa Vaccarino abitava Nino Ferrara, scomparso a 20 anni in un incidente stradale, ed al quale venne intitolate la società sportiva Libertas.
Superando la lunga stesura di reti dei pescatori, che il sole asciugava, si arrivava nel rione “Vaccarella”, la cui denominazione pare tragga origine dal fatto che in quell’ampia insenatura arrivassero, in tempi molto lontani, bastimenti carichi di vacche e tori provenienti dalla Spagna; ma il Micale lega il toponimo alla famiglia dei Vaccarella, originaria di Messina e proprietaria di una delle più antiche tonnare esistenti nella zona. La presenza della famiglia avrebbe dato il nome anche all’intera contrada.
Storico borgo marinaro, è sempre stato uno dei rioni più importanti per l’economia milazzese, fin quasi ai giorni nostri, pur con le attuali fibrillazioni che ben conosciamo, poiché è in essere un cambiamento logistico e strutturale che rischia di stravolgere la storicità e la tradizione centenaria del luogo. Anche in questo rione, più che negli altri, i residenti sono individuati, ancora oggi, grazie al soprannome. Infatti è difficile, se non addirittura impossibile, sapere di chi si stia parlando, proprio per l’identico nome e cognome che portano, tipico del luogo, i vari Salmeri, Maisano, Cambria, Cusumano, Calascione…
Uno fra i personaggi più noti del rione era “Il greco”, al secolo Franco Della Candelora, famoso per le sue molteplici attività manuali. I più lo ricordano andare a piedi scalzi in piena salita Cappuccini per giungere alla fonte Sant’Opolo; qui riempiva grosse damigiane di vetro con l’acqua che sgorgava dalla roccia. Quindi, caricatele sul carrettino che egli stesso trainava, portava l’acqua nelle case di coloro che gliel’avevano commissionata.
Di Vaccarella, sicuramente i più popolari fino al giorno d’oggi, e al tempo stesso i più semplici per il carattere mite e per il bene che i milazzesi volevano loro, erano Salvatore e Bastiano. Ad entrambi sono legati aneddoti e storielle divertenti. A Vaccarella un’attività che coinvolgeva un po’ tutti gli abitanti era la ricerca e raccolta di vermi da pesca, di cui si faceva un gran commercio con l’hinterland; venivano venduti secondo l’unità di misura che era costituita dalla “Pezza”, un panno umido con terra e alghe in cui i vermi venivano mantenuti nel loro ambiente naturale. Le cento lire del costo di ogni “pezza” costituivano quasi una paga aggiuntiva settimanale per andare al cinema o a divertirsi con gli amici. La pesca era praticata per circa nove mesi l’anno. Nel periodo della tonnara gli stessi pescatori andavano a lavorare lasciando le barche in secco; ognuno la sera, in estate, ritornando dal lavoro in tonnara aveva la preoccupazione di bagnare con secchiate di acqua salata la propria imbarcazione per impedire al legno di seccarsi e creare delle falle. Centinaia di barche furono costruite dal famoso maestro d’ascia Francesco Salmeri, aiutato dai numerosi figli: tra questi il leggendario don Fano. Caratteristica delle costruzioni delle sue barche era la “palamella”, un abbellimento sulla prua costituito da una tavola con una palla di legno nella sommità installata sui famosi “buzzetti”, imbarcazioni di circa sei – sette metri. L’attività di costruzione e riparazione delle barche durò parecchi anni. Nel momento della lavorazione del legno di gelso si sprigionava nell’aria un caratteristico profumo che addolciva e rendeva gradevole il lamentoso rumore delle seghe a nastro.
Una caratteristica di Vaccarella erano le gebbie, rimaste a ricordo di quegli anni e costruite vicino alla battigia. Si trattava di lavatoi seminascosti da un muretto, più bassi rispetto alla sede stradale, dove le donne lavavano i panni che poi venivano stesi al sole sulla sabbia, prima che la stessa si riducesse per scelte scellerate che pian piano stanno mettendo a rischio anche la stessa strada. Dopo queste operazioni, a prendere possesso delle “gebbie” erano i bambini, che sguazzavano al loro interno; spesso, scivolando per la presenza di quello che è comunemente chiamato “lippo”, ossia un’alga che ricopriva le pareti e il fondo dei lavatoi, davano testate tremende contro i bordi!
Le attività commerciali dell’epoca a Vaccarella erano Rondone, Salmeri detto “Paulazzu” e “U gilatèri”. Fra gli artigiani, una citazione a parte per don Salvatore, “lo stagnino”, privo di una gamba, ma abilissimo ad andare in bicicletta. Con maestria costruiva oggetti casalinghi e riparava quelli che si erano guastati o usurati. Indimenticabile e celeberrimo, infine, il forno a legno di Donna Gasparina: il profumo del pane appena sfornato rimane nella memoria e nell’olfatto di chi ha avuto la fortuna di mangiarlo.
Ma a Vaccarella c’era anche l’ospedale, la cui vecchia struttura è rimasta lì in precarie condizioni dopo il trasferimento nella nuova sede di Villaggio Grazia nei primi anni 70: indecorosa testimonianza del degrado e grave accusa nei confronti dell’insensibilità politica e amministrativa, nonostante all’interno siano ospitati dei servizi sanitari decentrati e funzionanti. In quell’ospedale sono nati molti bambini, figli delle donne che non partorivano in casa. E proprio all’ospedale ci si rivolgeva per qualunque necessità medica. Legato ad esso, il professor Giovanni Pracanica, celebre chirurgo che tanto lustro ha dato alla nostra città, conoscitore dei suoi assistiti per nome di battesimo. Ancora oggi la figura del Professore Giovanni Pracanica è, e deve essere, esempio di virtù e dedizione ai malati per le nuove generazioni mediche che nulla devono alla politica, ma alla propria professionalità il cui unico obiettivo è la salute dei cittadini.
Al Pronto Soccorso, in tempi in cui non c’era il triage, tutti quelli che avevano bisogno anche di un semplice unguento da spalmare su una distorsione, venivano ricevuti da don Nino, l’infermiere. La sua battuta: “Ti fa male? Io non sento nulla”, pronunciata per sdrammatizzare, ancora risuona nelle orecchie di molti che hanno fatto ricorso alle sue cure.
Insostituibile elemento coreografico del rione, l’arrivo delle vetture con il clacson a tutto spiano. Non ce n’erano tante di macchine in quegli anni, e spesso al Pronto Soccorso si arrivava a piedi, correndo per far prima. … Quando le auto correvano verso l’Ospedale a sirene “spietate” (come disse un vecchio amico, che fra le sue “perle” annoverava anche l’abbacchio al posto dell’abbaglio…), tutti sbucavano fuori dalle case, per sapere cosa fosse successo. L’auto, stretta da due ali di folla, doveva rallentare la sua corsa, e riporta alla mente l’immagine suggestiva degli scalatori al Giro o al Tour. Tutti, radunati dietro l’ingresso al Pronto Soccorso, si improvvisavano giornalisti nel riferire ognuno la propria versione dei fatti, colorendola e arricchendola di particolari spesso inesistenti, ma soprattutto per fare la diagnosi clinica sulla gravità del caso. E capitava spesso che una semplice contrattura diventasse, passando di bocca in bocca, l’amputazione di un arto, mentre a ferita da suturare con un paio di punti trasferiva, nel giro di pochi minuti, il ferito in sala operatoria con prognosi riservata!”
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