MILAZZO, C’ERA UNA VOLTA IL “CI VEDIAMO DAVANTI A FILORAMO”
del Prof. FILIPPO RUSSO
L’ANGOLO BUIO
Davi un appuntamento e dicevi: “Ci incontriamo davanti alla cartolibreria Filoramo”. All’incrocio di Piano Baele con via Polidoro Carrozza. Il salotto di Milazzo, punto di riferimento insostituibile di giovani e anziani, mamme con i bambini, ragazzi che spulciavano i titoli dei giornali prima di scegliere il quotidiano sportivo o il Corriere della Sera, La Stampa, la Repubblica, L’Unità; e gli irriducibili aficionados della Gazzetta del Sud, notizie di cronaca locale intorno alle quali imbastire, dentro, sulla soglia e sul marciapiede, discussioni a volte esilaranti, a volte piccanti, a volte persino irritanti.
E la domenica mattina gli amici si ritrovavano là davanti prima di ”sgranchirsi le gambe” per la tradizionale vasca condita di lazzi, seriose incursioni nel mondo della politica, di svolazzanti battibecchi in riferimento a fatti e misfatti calcistici. E, di sera, gli sguardi fatati vellutati e non troppo scoperti alle ragazze, e le di loro ammiccanti o ritrose occhiate ai ragazzi, mistero di “occhi ridenti e fuggitivi” o del gelo che inceneriva l’illusione.
E quando scendeva la pioggia si trovava accoglienza sotto la tenda in attesa che scampasse; se faceva freddo si sgomitolava il filo dei ricordi adolescenziali con l’amico libraio e intanto si sfogliavano le pagine degli ultimi volumi messi in ordine sullo scaffale. E così si prendeva confidenza con Antonio Gramsci, s’intesseva il dialogo con Adriana Zarri, e quante emozioni per l’ultimo romanzo di Elsa Morante e quanto invece appariva insipido quello del recente vincitore del Premio Strega, e giù serrati dibattiti con altri cacciatori di righe nutrienti nel frattempo intervenuti.
Forse perché il fuoco della gioventù mai si spegne, forse perché una sempre più marcata solitudine d’un tratto avvolge e punge il presente, quel tempo resiste colorato e immutabile nel recinto memoriale. Ma tutto è transeunte, la ruggine ha sbrecciato la vernice, la luce si è dissolta.
Sono passato due sere fa. Un angolo buio è rimasto di quella stella cometa sentimentale: saracinesche abbassate, cartelli di cessione di attività dei titolari di esercizi negli anni subentrati; sì, un buio… accecante, e un silenzio… lacerante che nemmeno il vocio d’un bimbetto sulla biciclettina riusciva a stemperare.
Il salotto trasformatosi in deserto è come l’arteria coronaria che non porta più sangue ossigenato al cuore. Altri, ormai, i centri pulsanti della città. Meglio? Peggio? Ognuno si ritrova con il proprio fardello sulle spalle. Si va verso casa a passi sempre più lenti. (f.r.)
Nella foto, Piano Baele negli anni ’30 del secolo scorso, Stefano Filoramo, Paolo Filoramo.
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