MILAZZO COM’ERA: DAI RICORDI DEL PROF. FILIPPO RUSSO
LA CASA E IL CAMPETTO DI RENATO
Avevo parlato ieri pomeriggio alla Lute della casa di Renato, l’ultima testimonianza rimasta, in via Salvatore Maiorana, della campagna a ridosso di Piazza San Papino, casa intrappolata in una selva di palazzoni, simbolo della crescita disordinata di una fetta di città che avrebbe meritato migliore sorte. Non è stato, invece, così.
Spinto dal ricordo, sul tardi ho imboccato, da via Cosenz, lo stretto budello di asfalto dissestato, a partire da quello che un tempo fu un picchetto segna confine poderale, ora incastonato nel muretto dell’ex villa Attardi. La luce stenta dei lampioni, le pozzanghere, causa le insistenti piogge dei giorni scorsi, diffuse. Mezzo secolo fa sarei arrivato direttamente sino alla chiesa, ma una barriera insormontabile di cemento ora costringe a deviare nel dedalo di viuzze della toponomastica garibaldina, meglio inteso, in passato, Fondo Italiano.
Quella casa, intorno alla quale spaziavano campi delimitati a ponente dalla “fabbrica dei gelsomini”, dove noi ragazzi avevamo ricavato un rettangolo per giocare a pallone, circondato da siepi di fichidindia, e costruito un capanno che fungeva da spogliatoio e in cui, a volte, si accendevano dispute… calorose (un amico della mitica squadra Risorgimento volle la sua parte del pallone di cuoio comprato con il concorso di tutti, la camera d’aria venne estratta e tagliuzzata…), svolgeva, sino a ieri sera, una funzione evocatrice intrisa di leggerezza e commozione; rappresentava, per il sottoscritto, un esempio di resistenza all’assalto inarrestabile del mattone multipiano. Adios!… “là dove c’era l’erba ora c’è”…
Ho “scoperto”, infatti, una rete metallica intorno a uno scavo profondo: sparita la casa, fondamenta di cemento tra non molto partoriranno un altro palazzone, l’ultimo nei terreni dove spiccavano filari di viti e pomodori, s’udivano il muggito dei buoi e il canto degli uccelli. Già, gli uccelli… Imperversano oggi i gabbiani, una colonizzazione dal fascino estetico ma che procura anche qualche guaio; in primavera continuano a guizzare, ma sempre meno, le rondini con il loro irresistibile richiamo, i nidi sotto i cornicioni dei palazzi. Le rondini ogni autunno però emigrano, portandosi via la bellezza della luce estiva. A una rondine senza ritorno assomiglia per me, purtroppo, la “casa di Renato”, frammento di giovinezza inestirpabile dalla memoria, la cui importanza affettiva solo pochissimi ormai possono comprendere. (f.r.)
COMMENTO: Apprezzo da sempre gli scritti del prof. Filippo Russo. Descrive, oggi, quel campetto che sorgeva in aperta campagna, ed io ho volute accennare ad esso nel mio libro ERAVAMO DIVENTATI GRANDI.
Altri tempi… Parlo dei tanti ragazzi che correvano dietro ad un pallone, ma il capitolo del libro è stato dedicato ad un mio compagno di classe, Attilio Andriolo. Ricordo anche io quella casetta, e ricordo quello che c’era attorno.
I ricordi di allora sono più vivi in Filippo Russo: ma a Renato Picciolo, che è tornato, quei ricordi di ieri hanno provocato delle fitte al cuore…
Ecco quello che scrissi io nel libro: “Attilio fa parte di quella generazione di bambini del dopoguerra sui quali il Paese puntava le speranze dopo una lenta ripartenza: sarebbero stati quelli a prendere le sorti dell’Italia negli anni 70 e successivamente! Assieme a lui, in questa città, centinaia e centinaia di altri bambini di classi numerose e spesso fino a quaranta alunni, delizia del maestro unico di quel decennio.
Ci conosciamo da tantissimo tempo, ed anche se siamo coetanei, a scuola elementare avevamo due insegnanti diversi: lui il Maestro Iannello, io il Maestro Foti. Alla Scuola media, quella dell’Atrio del Carmine, eravamo in classi parallele, io nella D, lui nella A; ma avevamo in comune le ore di inglese con noi della CLASSE DI CARTONE ospiti della sezione A.
Giunti al Ginnasio, ci aspettava la stessa classe; e così conobbi meglio quel ragazzo che abitava in una casa in… aperta campagna! Così era, prima della crescita edilizia ed urbanistica che avrebbe cambiato radicalmente anche il volto di quel quadrilatero che da via Risorgimento giungeva fino alla riviera di ponente, delimitato da piazza San Papino e dalla via Enrico Cosenz. Si andava spesso in quegli anni a trovare i compagni di classe; e da lui si approfittava di quel campetto per tirare calci ad un pallone, dove giocavano anche Renato Picciolo, Nello Terranova, Angelo Laquidara, i fratelli Franco e Antonio Amato, ed altri… E quando quel campo dovette cedere il passo ai palazzi, quei giovanissimi calciatori erano cresciuti, ed ognuno aveva percorso la propria strada”.
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