MILAZZO, DAI SEPOLCRI DI FOSCOLO ALLE RIFLESSIONI DAVANTI ALLE TOMBE
Ogni anno, dopo aver chiuso il carme” Dei Sepolcri” usciamo dall’aula.
Non è una fuga dai libri, ma il loro compimento. Perché le parole di Foscolo, quelle “urne de’ forti”, quella corrispondenza d’amorosi sensi, resterebbero sospese nell’aria se non toccassero la pietra, il marmo, ed anche il muschio che cresce sui nomi dimenticati.
Al cimitero di Milazzo i miei ragazzi camminano in silenzio. All’inizio c’è sempre un po’ di disagio, quello che si prova davanti alla morte quando si hanno 13 anni e si pensa di essere immortali. Poi qualcosa cambia.
Si fermano davanti a un angelo con le ali spiegate, davanti a una colonna spezzata e capiscono, senza che io debba spiegare, che tante vite si sono interrotte troppo presto. Leggono i nomi dei caduti in guerra, ragazzi poco più grandi di loro, e “Dei Sepolcri ” smette di essere un carme neoclassico da studiare per diventare una domanda urgente: Cosa resta di noi? Cosa ci sopravvive?
Tra quei viali, tra quei busti consumati dal tempo, comprendono. Comprendono che la memoria è un atto civile. Che le tombe non sono per i morti, ma per noi vivi. Che dimenticare significa morire due volte.
Ed è lì, in quel momento, che il libro e la realtà si abbracciano.
Foscolo, pur ateo e razionalista, ci ha insegnato a guardare una tomba, e noi abbiamo imparato a vederla davvero solo quando siamo usciti a cercarla.
La scuola non deve scegliere tra teoria e pratica, tra pagina e mondo. Deve essere il ponte. Deve far sì che i versi scritti nel 1807 vibrino ancora nel petto di una ragazza o ragazzo del 2025 che si ferma davanti a una lapide e, per la prima volta, legge una data di morte con alfa ed omega e con gli occhi di chi ha capito.
Perchè insegnare non è riempire teste, ma accendere sguardi.
Prof.ssa Maria Grazia CALIRI
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