MILAZZO, RICORDI DELLA FESTA DI SANTO STEFANO. IL GIOCO DELLE BUSTE
COMINCIAMO OGGI CON UNA RAPIDA CARRELLATA FRA I NOSTRI RICORDI DELLA FESTA DEL SANTO PATRONO, S. STEFANO. NON POSSIAMO DARE SPAZIO A TUTTI GLI EVENTI PER OVVI MOTIVI DI TEMPO E DI … SPAZIO, MA VI PROMETTO DI PUBBLICARE LE RICHIESTE DEI NOSTRI LETTORI DURANTE ALTRI PERIODI DELL’ANNO. SONO SICURO CHE SARANNO SEMPRE GRADITI.
OGGI COMINCIAMO CON UN GIOCO MOLTO SEGUITO, SICURAMENTE IL PIU’ ATTESO DELLA FESTA.
In anni purtroppo lontani c’era qualcosa che catalizzava l’attenzione di migliaia di cittadini, e costituiva anche per i numerosi turisti un’attrattiva: la festa del Santo Patrono, Santo Stefano. Sul lungomare Garibaldi centinaia di ambulanti, tutti regolarmente autorizzati! Oggi prevalgono torronari ed extracomunitari. E tra costoro, anche i non autorizzati.
Ma una volta era diverso.
Una volta c’era il teatrino, e ogni sera registrava il TUTTO ESAURITO.
Il palcoscenico era una bancarella, e gli spettatori erano spinti dalla curiosità di sapere se i partecipanti riuscivano a vincere il premio principale. Si trattava di una specie di AFFARI TUOI ante litteram, in cui il protagonista conduceva le trattative. Era costui un imbonitore di origine catanese. Accanto a lui, il fedele Paolicchio, aiutante di poche parole. Lo scenario era un autocarro, con la sponda laterale aperta, che faceva vedere scaffali pieni di merce da mettere in palio. Lì sopra l’imbonitore vendeva ai presenti dei numeri (diceva sempre che aveva gli ultimi…). Alla fine ne estraeva uno, al quale era abbinata una busta, e intavolava una serrata trattativa con il fortunato estratto, al quale offriva, in cambio della busta, uno dei regali. Questi erano spesso la bambola, in abito di pizzo, tulle e raso, che molti acquistavano per mettere al centro del letto matrimoniale, il frullatore, il ferro da stiro, la scala a forbice, la macchina da cucire, la bicicletta da maschio e quella da femmina (la prima aveva il “telaio” tra la sella e il manubrio, sul quale si faceva sedere un passeggero. Il telaio era assente nella seconda, per permettere un accesso più agevole alle donne che avevano, allora, quasi tutte la gonna); il televisore (in bianco e nero, MIVAR, a 14 pollici), la lavatrice, ed altri…
Ogni concorrente che aveva la fortuna di essere estratto voleva a tutti i costi la busta, rifiutando ciò che veniva offerto; certamente era convinto di vincere il primo premio: ma la fortuna lo aveva baciato già una volta, e non si doveva forzarla. Ma il più delle volte l’ingordigia non pagava: il più delle volte la busta non conteneva nulla! L’imbonitore, che portava avanti invano le trattative, sapeva che non sarebbe stato ascoltato nelle sue proposte; nonostante tutto insisteva, per cuocere a fuoco lento il concorrente.
Quello che sto raccontando è successo veramente, e dopo sessant’anni ricordo per filo e per segno come si svolse la trattativa e quello che accadde anche dopo, come si direbbe ora, fuori onda: “Senta, lei mi lascia la busta e mi dà diecimila lire, e io le do il frullatore e l’orsacchiotto di peluscio. Dici ca sì”.
Il DICI CA SI’ era la frase che rendeva popolarissima la bancarella, fra l’altro pronunciata in dialetto catanese.
Il concorrente non si convinceva: sperava sempre in un premio maggiore…
Ma il motivo era spesso un altro: quando gli sarebbe capitata un’altra occasione? Per una sera al centro dell’attenzione, con moglie, figli, suoceri, settima generazione e conoscenti a tifare per lui, tutti richiamati da un frenetico passaparola sul lungomare (all’epoca, a Milazzo ci conoscevamo un po’ tutti…), non cedeva, faceva il duro, era convinto di essere lui, per una volta, ad avere l’ultima parola. Finalmente anche lui aveva la sua rivincita! Lui, che a casa contava meno della scopa dietro la porta, doveva dimostrare di avere i pantaloni, e sotto i pantaloni, le palle. E lo voleva dimostrare proprio a quell’altro, catanese, che era nato facendo quel mestiere.
“’A bambula fatti dari”, gli imponeva la suocera che non mollava la figlia di un solo passo neanche dopo il matrimonio, mentre il figlio piccolo implorava “’A bicicletta, papà, ’a bicicletta…”.
L’imbonitore rincarava la dose “Lo faccia contento! Vuole la bicicletta?”, e mentre tutti agitavano la testa come se avessero avuto contemporaneamente il Parkinson, aggiungeva: “Mi dia 50 mila lire, e mi lasci la busta. Dici ca sì. Quale vuole? Quella da maschio? Paolicchio, fai vedere la bicicletta!”.
Controllo superficiale e disinteressato, quindi il deciso rifiuto.
“Chi ’mbali, poi ta ccattu undi Santu Maiu, sussurrava sottovoce al figlio, continuando la trattativa. Poi, deciso: ” ’A busta vogghiu!”.
“La busta? E se non c’è niente? Senta, facemu ’na cosa: lei mi lassa ’a busta, mi dà centomila lire e le do pure il frigorifero. Bicicletta e frigorifero! Dici ca sì!”.
E mentre i presenti si affannavano a suggerire “Dicci sì, dicci sì” lui rimaneva irremovibile: dove le prendeva centomila lire, che in quegli anni era un mese di stipendio di un impiegato, se avesse accettato? Anche per questo replicava “’A busta vogghiu”, convincendo moglie, figli e codazzo che “se la sentiva”…
“Chiudèmula ccà – interveniva la suocera – ci dassi ’a busta! Quando me iénniru s’a senti, s’a senti!”.
Il pollo era cotto a dovere. Purtroppo chi giocava e voleva a tutti i costi vincere, ammirava solo la busta che quello, con la mano destra, sventolava, come se fosse stato ipnotizzato o ammaliato.
“Vuole la busta. Va bene, vediamo un po’, lei ha vinto… adesso apriamo… una limonata da Cilindro (che aveva il chioschetto all’inizio della Marina, così come appare nella foto). Avanti, signori! Paolicchio, vai per un altro giro!”.
Fin qui la rappresentazione. Ma come anticipato, abbiamo anche registrato il “fuori onda” seguendo, all’epoca, il “fortunato” vincitore che, con la coda fra le gambe, si allontanava, accompagnato dalla rassegnazione generale mista ad ironia:
“Minchia, ma sintìa, pacenza. C’aiu a ffari ca’ limunata…”.
“Daccilla a mammà”, interveniva la figlia delusa, rammaricata ma anche indispettita “ci facisti fari i budedda fracidi…”
“Ah, ora ’a cuppa ll’haiu iò?” tentava di protestare lui, amareggiato.
“E chi ll’haiu iò – interveniva inviperita la suocera carabiniera – ti ll’avja dittu mi ti pigghiàvi ’a bambula! Non t’avissi piaciutu ’a bambula, supra o lettu. Ll’avi puru cummari Cuncittina, ’a vincìu l’autr’annu!”.
“Genti futtunati, chiddi” affermava con convinzione la moglie.
“Futtunati? Iannu culu, soddi chiàmunu soddi, e pidocchi chiàmunu pidocchi.” aggiungeva rassegnato il marito, “Mentri to matri si ’mbivi a limunata, iò ccattu a càlia…”.
“Non pigghiari simenza, chi ppoi a mammà ci veni di novu siti!” era il comando della moglie.
Contenti del siparietto fuori programma, ce ne siamo andati, commentando fra noi: “Figghiuleddi, ‘a casa so soggira ‘u scassa di bastunati” piegati in due per le risate.…
Se qualcuno era presente, potrà testimoniare che non ci siamo inventati nulla. Come? Chi erano i protagonisti? No, troppo volete sapere… C’è la PRAIVASI (si scrive così, vero???).
PS, per gli amici lettori appuntamento a domani con un altro ricordo.
Strumenti di condivisione:

Commento all'articolo