MILAZZO, RICORDI DELLA FESTA DI SANTO STEFANO: LA GARA CICLISTICA
AI NOSTRI RICORDI LEGATI ALLA FESTA DI SANTO STEFANO FA PARTE LA “CORSA CON LE BICICLETTE”.
Era questo il nome che veniva dato alla gara ciclistica che esercitava un certo fascino sui milazzesi, assiepati sul circuito, ma specialmente sui residenti dei comuni vicini che in numero alquando consistente si riversavano a Milazzo. La “corsa”, che non ha niente a che vedere con l’altra CURSA di gran lunga più importante (così veniva chiamata in gergo la TargaÂ
FLORIO) coinvolgeva i residenti del circuito in possesso di un’automobile, che fin dalle prime ore del giorno stabilito spostavano le loro vetture (in verità poche…) dalle strade interessate dal passaggio dei corridori, alla ricerca di un facile parcheggio nelle vie adiacenti.
Partendo dal lungomare Garibaldi, per l’esattezza “davanti alla statua”, dove era posto lo striscione di partenza e di arrivo e la tribunetta fatta in tubi Innocenti dai solerti operai del Comune, il circuito imboccava la via Cristoforo Colombo, quindi la via Umberto I, girava da via Chinigò per proseguire su piazza Caio Duilio, quindi piano Baele, via Giacom Medici e ritornava in marina. I giri che dovevano disputarsi erano cento, e sulla tribuna un apposito contagiri (in cartone) con i numeri stampati di grandezza enorme, specificavano ai ciclisti i giri da compiere. Appositi manifesti riportavano il programma delle manifestazioni dei festeggiamenti, ma non tutti riuscivano a comprendere quale fosse il circuito (che in verità era sempre lo stesso, tranne qualche anno allungato fino a piazza Mazzini e via Piraino, passando davanti al vecchio rifornimento che per l’occasione era chiuso, anzichè svoltare da via Chinigò): ed ecco allora che i più ferrati in toponomastica si esibivano in esaurienti spiegazioni utilizzando i termini più congeniali per l’epoca, per far capire meglio il percorso che i “corridori” avrebbero dovuto compiere: “Si parte dalla Marina, davanti ‘a statua; si gira e si ‘nchiana d’arreti ‘a Lifia, poi si gira a sinistra ‘nta strata Arreti, poi arreti ‘o Bancu ‘i Sicilia, gìrunu e poi hann’a ffari ‘u Chianu ‘o Cà mminu, pà ssunu davanti ‘a don Filippu Fimminò, poi pigghiunu ‘a posta e nèsciunu d’a chiesa ‘i San Giacumu e ritornano in marina“.
Una spiegazione abbastanza chiara ed esaustiva che strappava un sorriso accondiscendente ed un cenno con la testa a quanti non sapevano assolutamente nulla riguardo ai nomi delle strade, ma la cosa oggi non meraviglia se si pensa che i pochi rimasti della vecchia generazione continuassero a dare i vecchi nomi al percorso. Ma non era tutto: la meraviglia consisteva nel numero dei giri da effettuare, CENTO! Cento giri? E quanti chilometri sono? era la successiva domanda. Ad occhio e croce 125, considerando 1250 metri al giro.
Non contenti, i più curiosi chiedevano il tempo che avrebbero impiegato i ciclisti; conosciuto il quale, si meravigliavano fieri della gara che una volta l’anno si svolgeva nella loro città ; comunque erano sempre in anticipo (allora nella maggior parte delle case si pranzava a mezzogiorno) per mettersi in prima fila dietro le transenne bianche e rosse fornite da Picciotto, nonostante alla gara venisse dato il via alle 15.
La triade organizzatrice dei festeggiamenti (in rappresentanza di un comitato, ma a dire il vero si ricordano sempre Fano Doddo, Mimmo Di Meo e Valentino D’Amico) coinvolgeva tutti i negozianti (i principali avevano l’attività nel centro storico) i quali erano ben lieti di versare un loro contributo abbastanza generoso; e nessuno si tirava indietro poiché sapeva che la festa del Santo Patrono era un richiamo sicuro per migliaia di persone e nulla sarebbe stato lasciato all’improvvisazione.
Anche la gara ciclistica aveva i suoi premi: non so quanti di voi ricordino la campana montata sulla tribuna, che suonava ogni cinque giri per avvertire i ciclisti che al successivo ci sarebbe stato un traguardo volante con in palio un regalo da parte di una ditta che patrocinava l’evento. E poiché il traguardo volante si ripeteva con cadenza monotona, ogni cinque giri, il suono della campana, ripreso dagli amplificatori (si trattava di altoparlanti a forma di gigantesche trombe) si propagava per tutto il circuito, avvertendo non solo quanti stavano nei pressi dell’arrivo, ma gli altri sparpagliati lungo il percorso: spettatori occasionali che non volevano perdere una fase della gara comodamente seduti a cavalcioni di una sedia, le braccia conserte appoggiate sullo schienale, e il mento sulle braccia; mentre per i più fortunati c’erano i balconi delle abitazioni che si affacciavano sul circuito.
Logicamente non tutti assistevano alle fasi concitate della volata, ma c’era sempre qualcuno che si spostava velocemente un paio di giri prima del termine nei pressi del traguardo, ma vedeva sempre un nugolo di ciclisti disputare la volata. Gli altri apprendevano, grazie al passaparola, chi era stato il vincitore che, detto fra noi, risultava un perfetto sconosciuto: veniva identificato grazie alla divisa che indossava durante i rapidi passaggi, per cui era “quello con la maglietta gialle, o rossa, o azzurra o verde”.
Ma non importava. Tutti avevano assistito ad una gara ciclistica. E domani ci sarà il cantante!
Ancora oggi si sogna una gara come quella di ieri.
Ieri quando? Tanti ma tanti anni fa! Oggi tante cose sono cambiate, purtroppo. (foto di repertorio o da Facebook)
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