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MILAZZO: SAVERIO TODARO, RIFLESSIONI DI FINE SETTIMANA

tavola-rotonda MILAZZO: SAVERIO TODARO, RIFLESSIONI DI FINE SETTIMANACurioso come, nel nostro tempo, la parola “critica” sia diventata sinonimo di “attacco” e il confronto civile venga vissuto come una minaccia personale. Quando si preferisce rifugiarsi nel vittimismo, piuttosto che rispondere nel merito, il dialogo smette di essere politico e diventa un monologo autoreferenziale.

Ancor più curioso è quando, davanti a semplici osservazioni poste con rispetto, qualcuno si affretta a evocare minacce, allusioni ad azioni legali o — più banalmente — si lancia in teatrali tentativi di delegittimazione personale. Forse funziona con chi ha paura. Ma purtroppo per qualcuno, non tutti hanno paura.

Chi non si è piegato davanti a tentativi ben più pesanti — orchestrati quando era appena un ragazzo — difficilmente si spaventa oggi. Non ci ha riuscito la politica dei salotti, né le decisioni prese dietro le scrivanie di qualche palazzo, né quei provvedimenti poi smentiti nero su bianco dagli stessi uffici che li avevano avviati. Figuriamoci se possono bastare oggi quattro parole storte e qualche pacca sulle spalle in più da parte di chi raccoglie (letteralmente) una manciata di voti.

La cosa affascinante è che, in certi ambienti, l’autorevolezza viene confusa con l’autoreferenzialità, e il consenso con l’appoggio tecnico di una sigla di partito che, guarda caso, si dissocia in silenzio.

Il sociale è un campo nobile. Ma non tutti i ruoli nobili riescono bene a chi li prende solo per curriculum.

Nel frattempo, noi continueremo a fare ciò che più spaventa: parlare con chiarezza, porre domande scomode e restare in piedi.

Perché alla fine, a fare paura, non è chi alza la voce: è chi non si lascia zittire.

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