Caricamento in corso

RICORDO DELLA ZA’ CHICCHINA CUTUGNO, DI VACCARELLA

NECROLOGIO-CHECCHINA-CUTUGNO RICORDO DELLA ZA' CHICCHINA CUTUGNO, DI VACCARELLANon conoscevo zà Chicchina CUTUGNO, di Vaccarella, i cui funerali sono stati celebrati ieri, 2 maggio, nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Casualmente proprio ieri sera, visitando il vecchio Asilo Calcagno che ha ripreso vita diventando Museo del Mare, ho letto la storia delle lavandaie del rione, e mi ha colpito il nome della persona che è venuta a mancare due giorni fa. Un rapido controllo e la conferma: era proprio lei, FRANCESCA CUTUGNO; ed ecco quello che ha scritto Massimo Tricamo:

– A Vaccarella se n’è andata ‘a Zà Chicchìna. Coi suoi 88 anni di vita vissuta ne aveva tante da raccontare. Era una delle figlie di Don Francesco Cutugno, tra i più esperti tonnaroti vaccariddòti della Tonnara del Tono. … Chicchina fu una delle ultime lavandaie di Vaccarella. Abitò per lungo tempo accanto all’Asilo Infantile Calcagno, nella piazzetta posta all’ingresso della via Mezzaluna. Di fronte a quella fontanella innalzata nel 1883, che per decenni garantì l’acqua potabile alla sua piccola abitazione. Ma anche di fronte a quei lavatoi, ‘i gébbie, dove si recava ogni mattina per fare il bucato, steso nel luogo dove oggi si venera la statua di Padre Pio. Era lì che si stendevano i panni di quella porzione del rione. Per evitare che potessero confondersi, ciascuna famiglia provvedeva ad apporre sui singoli capi le proprie iniziali.

Volevamo intervistarla giorni fa per documentare un pannello del rinato Asilo Calcagno, ma, poveretta, era ormai in fin di vita. Lei continuò ad usare le gebbie anche nei primi anni Ottanta, quando l’acqua sgorgava già in casa, ma non c’era ancora la lavatrice, troppo ingombrante per quella sua piccola abitazione.

È stata sua sorella, ‘a Zà Iàchina, 80 anni, a darci qualche ulteriore testimonianza sulle lavandàre di Vaccarella. Anche lei ci andava spesso alle gebbie.

Il lavoro delle lavandaie era scandito da stornelli, come quelli che ricorda la stessa Iàchina.

I pescatori, accanto alle proprie barche, ne approfittavano per sbirciare – dai lembi delle vesti che s’alzavano – le cosce delle lavandaie, intente con la schiena piegata a lavare il bucato, compresi quei “panni rossi” che celavano con perizia per rimuovere, lontani da occhi indiscreti, le macchie lasciate dal ciclo mestruale.

Stornelli semplici ed ironici. Come quello della madre che – ha ricordato canticchiando Iachìna – invitava la figlia a desistere dal maritarsi, onde evitare una vita grama: «Mamma, mamma, c’ho vent’anni / mamma mia, ce n’ho ventuno / non mi vuole più nessuno / io mi voglio maritar! — Figlia, figlia, statti schietta / che la donna maritata / è soggetta a schiavitù. — Mamma, mamma, tu lo dici / perché ormai sei vecchiarella / ma se fossi giovinella / non diresti più così».

Con la diffusione dell’acqua corrente nelle abitazioni – che in alcune piccole case mancava ancora nei recenti anni Ottanta – il rito del lavatoio scomparve pian pianino. Non è tramontato però il ricordo di donne che, come Chicchina, hanno vissuto e caratterizzato uno dei rioni più pittoreschi della Sicilia.

#museoryolo #storiapatriamilazzo

Strumenti di condivisione:

This website stores cookies on your computer. These cookies are used to provide a more personalized experience and to track your whereabouts around our website in compliance with the European General Data Protection Regulation. If you decide to to opt-out of any future tracking, a cookie will be setup in your browser to remember this choice for one year.

Accept or Deny