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SABATO ALLE 10 AL SANTUARIO DI SAN FRANCESCO I FUNERALI DELL’AVV. GIOACCHINO LA MALFA

necrologio-gioacchino-la-malfa SABATO ALLE 10 AL SANTUARIO DI SAN FRANCESCO I FUNERALI DELL'AVV. GIOACCHINO LA MALFAIn memoria dell’avvocato GIOACCHINO LA MALFA

Vi sono momenti in cui non si può più barare e la carta lanciata diviene rivelatrice dell’essenza più profonda, quella invisibile, sopraffatta, nello scorrere dei giorni, da atteggiamenti a volte frutto di esplosioni caratteriali non da tutti assorbibili, come il parlare a lungo e senza freni; a volte confinati in un silenzio che non è distanza ma sofferta riflessione di fronte all’apparire improvviso dell’impensato, perché la tela della vita mai è compatta, presenta strappi in cui si rischia di smarrirsi, di perdere la bussola nel cammino insieme agli altri, persino la stima del proprio corretto essere stato, se il bianco è diventato nero, se friabile si rivela il sentiero sino allora frequentato.

Disponibilità all’ascolto, attenzione e premura che esulano dal rapporto qualitativo professionale, espressioni, invece, di una compartecipazione che non è solo risultante di una amicizia antica, ma di una più tenace, incancellabile impronta interiore che fa luce quando il buio regna intorno. Tutto questo potrei dire, oggi che è scomparso, dell’avvocato GIOACCHINO LA MALFA, col quale, nel suo studio, abbiamo rivisitato, tante volte, le tappe della gioventù, quando giocava a pallone nell’Errante, un difensore arcigno e passionale ma leale; lui che scorrazzava in moto lungo la via Grotta Polifemo; lui che mi donò dopo il Liceo il libro di letteratura italiana di Luigi Russo, perché l’autore aveva lo stesso mio cognome e non gli serviva più, dato che aveva ormai confidenza con i codici e faceva pratica con l’avv. Impallomeni; e quante cose mi raccontava, su quanti casi giudiziari si soffermava, di personaggi umili e più altolocati mi parlava, di quanti giudici e sentenze…

“Ti potrei fare scrivere un libro” – mi diceva; “potrei illustrare un volto della nostra città poco conosciuto, forse meglio dire camuffato”.

Annuivo, non ne abbiamo avuto il tempo. Per mia pigrizia, certo; per la sua stessa non perseveranza nell’intento, visto che è stato in trincea sino alla fine.

“Sono in pensione, ma non so stare con le mani in mano. Mi alzo sempre presto, continuo ad andare in tribunale, di pomeriggio ritorno nello studio di via Cumbo Borgia”.

Le cause si vincono e si perdono, caro Gioacchino, ma quella tua faccia accorata, quella incredulità m’è rimasta impressa ed è stata – per me – una consolazione, perché il profumo della tua limpidezza comportamentale e del supporto morale ha dissolto l’aspro sentore della ingiusta sconfitta. Non si finisce di imparare, si continuano a sfogliare le pagine…

Resterai vivo nel mio ricordo. Un ultimo abbraccio.

prof. FILIPPO RUSSO

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