SICILIA, NELLE DISGRAZIE SIAMO SEMPRE SOLI E LA COLPA E’ NOSTRA. PERCHÉ?
Perché quando la Sicilia soffre, l’attenzione mediatica nazionale sembra evaporare come acqua sul basalto vulcanico di un agosto catanese con 40 gradi ?
L’uragano Harry ha lasciato ferite profonde: abitazioni distrutte, attività commerciali spazzate via, infrastrutture compromesse, vite sconvolte. Eppure, lo spazio dedicato dai telegiornali nazionali è stato, nel migliore dei casi, marginale. Un servizio di due minuti, immagini rapide, nessun approfondimento. Poi il silenzio.
Non è la prima volta. Non sarà l’ultima.
Chiamarlo “odio” forse è eccessivo. Ma indifferenza sistematica sì. Dall’Unità d’Italia in poi, il Sud è stato narrato come problema, zavorra, terra da redimere. La Sicilia, la più meridionale, la più insulare, ha incarnato questo stereotipo moltiplicato per l’isolamento geografico.
Essere “più a sud di tutti” non è una colpa geografica, ma è diventata una colpa culturale. Nel racconto dominante stereotipato il Sud è arretrato, inefficiente, colpevole della propria condizione. Quando arriva il disastro, c’è sempre il sospetto : “Se fossero stati più organizzati, più virtuosi, più settentrionali, se avessero commesso meno abusivismi… bla… bla… bla.. .
La Sicilia ha sofferto e soffre di governi disastrosi. Ma questo non può diventare la giustificazione morale per ignorare la sofferenza delle persone che hanno perso tutto. Le vittime di un uragano non hanno colpe amministrative. I proprietari o affittuari che perdono la casa, i commercianti che vedono sparire il lavoro di una vita, saranno responsabili del malgoverno nel momento in cui vanno a votare, ma non tutti lo sono.
La nostra colpa è non risiedere a Milano o a Bologna ? Un’alluvione in Emilia o un nubifragio in Lombardia commuove l’Italia intera. Un disastro in Sicilia è “cosa loro”, problema periferico.
La verità è che il nostro dolore è considerato “strutturale”, quindi meno degno di cronaca.
La verità è anche che i grandi media rispondono a pressioni politiche ed economiche ed ovviamente se la Sicilia non pesa abbastanza nei palazzi romani, non peserà nemmeno nei palinsesti televisivi. “E cu si ni futti” se la Sicilia ha dato all’Italia cultura, letteratura, pensiero, bellezza. Se ha dato sangue nelle guerre, emigranti che hanno costruito il Nord industriale, intelligenze che hanno illuminato ed illuminano il Belpaese ed il resto del mondo. Nel momento del bisogno, quella memoria si cancella.
Ammettiamo che abitare in un’isola è una condanna nella percezione nazionale. Sei letteralmente separato, e questa separazione fisica diventa simbolica. Le rotaie distrutte che vediamo sui social sono metafora perfetta di separazione dal resto d’Italia : anche quando ci sono collegamenti, restano fragili, insufficienti, facilmente interrotti.
Forse dovremmo non chiedere pietà, ma pretendere diritti perché io non mi devo sentire in colpa ad essere siciliana. Lavoro e pago le tasse. Pretendo ciò che mi spetta di diritto: attenzione, risorse, dignità.
Dal post su Facebook della prof.ssa Maria Grazia CALIRI
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