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STORIE SOPRANNATURALI: NON AVERE PAURA DEI MORTI, MA DEI VIVI

TOMBA-DON-CICCIO STORIE SOPRANNATURALI: NON AVERE PAURA DEI MORTI, MA DEI VIVINon avere paura dei morti, ma dei vivi. Lo dicono in tanti. E lo dicono perché, secondo loro, i morti non possono più nulla. Almeno non in questa dimensione. Eppure… vi assicuro che possono tornare. E non sempre per spaventare.

Anni fa io e Paolo lavoravamo come custodi nel cimitero del nostro piccolo paesino in provincia di Taranto. Quel giorno era il suo compleanno, e per la sera aveva organizzato una festa in un ristorante, invitando molti amici. Mancavano pochi giorni alla paga, e lui era a corto di soldi. Camminavamo tra le lapidi quando, con la sua solita aria scanzonata, mi disse: “Senti, per stasera puoi prestarmeli tu i soldi per la festa? Sono rimasto a secco e non so come pagare.”

Io lo guardai storto. “Paolo… tu mi devi ancora quelli del mese scorso. E pure quelli del mese prima.”

“E che sarà mai? Non me ne sono dimenticato. Appena posso ti restituisco tutto.”

“Appena puoi? Cioè mai, vero?”

“No, appena divento ricco” disse strizzando l’occhio.

“Ho capito… mai allora.”

“Sei sempre il solito diffidente. Da giorni ho un’idea. Un business che vedrai, ci frutterà un sacco di…”

Spalancai gli occhi. “Ok, ok, te li presto. Basta che non mi trascini dentro a una delle tue cazzate” dissi interrompendolo.

Camminammo ancora un po’, finché lui si fermò davanti a una tomba.

“Mi basterebbe avere solo i centesimi che aveva questo in vita” disse sospirando.

Era la tomba di don Ciccio, un vecchio proprietario terriero. Uno che in vita aveva soldi a palate.

“Ecco, un amico come lui ci voleva a me. Non tu, che sei squattrinato peggio di me” aggiunse ridendo.

“Sì? Questo squattrinato però ti presta sempre soldi. Che tu ogni volta restituisci a ottembre. Cioè mai” replicai.

“Sei troppo materialista, pensi solo ai soldi. Mai all’amicizia.”

“Ti sbagli. Penso sempre all’amicizia. Infatti penso sempre all’amico che mi deve i soldi. E mi pare pure giusto, no?” ribattei.

Paolo rise forte, poi fissando di nuovo la foto sulla lapide.

“Don Ciccio, perché non vieni pure tu stasera? Ti invito al mio compleanno. E come regalo ti chiedo solo di pagare tutto.”

“Smettila di scherzare con i morti” dissi seccato.

“Dai, non fare il serio. Che può succedere? Al massimo stasera si presenta per davvero e paga tutto lui” rise ancora Paolo.

Poi, tornando a me: “Allora? Me li presti o no?”

Scossi la testa, rassegnato. “Va bene, ma appena arriva lo stipendio mi ridai tutto, anche gli arretrati.”

“Ok, ok, d’accordo. Manco fossero così tanti da scappare a Cuba.”

Quella sera, al ristorante, Paolo invitò anche una ragazza che gli piaceva. Ci teneva a fare bella figura e non badò a spese. Ordinava piatti e vini come fosse Rockefeller. Io ogni tanto lo sgomitavo.

“Oh, rallenta, mica sono un petroliere. Ricordati che faccio il becchino come te.”

Ma lui niente. Rideva e, quando non ordinava, alzava bicchieri colmi di vino pregiato. A un certo punto, però, lo vidi irrigidirsi. Aveva origliato una frase detta a bassa voce dalla ragazza che gli piaceva, mentre rideva con un’amica.

“Paolo stasera fa proprio le cose in grande. Se non lo conoscessi, mica direi che fa il beccamorto…”

Paolo abbassò lo sguardo e per un attimo smise di sorridere. Poi, come se nulla fosse, tornò a scherzare e a ordinare. Ma io che lo conosco troppo bene, sapevo che quella frase gli aveva fatto male. E tanto. Quella ragazza lo aveva ferito.

A fine serata, restammo solo io e lui al tavolo e il cameriere portò il conto. Ma appena vidi la cifra, sbiancai.

“Paolo… io non li ho tutti sti soldi. Te l’avevo detto che stavi esagerando.”

“Beh, avevamo concordato che me li prestavi tu.”

“Prestare una parola. A te piace giocare al piccolo milionario, ma io tutti sti soldi non li ho” risposi agitato.

Alla cassa cercammo di farci coraggio. L’idea era di spiegare al titolare che avremmo pagato una parte subito e il resto qualche giorno dopo, quando ci avrebbero accreditato lo stipendio. L’idea in pratica, come spesso accade, era una figuraccia… 

Il titolare ci accolse col sorriso. “Allora è stato tutto di vostro gradimento?”

“Sì, sì, eccellente” risposi rosso in viso. Ma più che per l’alcool per la figura che stavamo per fare.

“Guardi, in merito al conto…” disse Paolo, balbettando.

Ma il titolare lo interruppe. “Ah sì. È già stato pagato.”

Ci guardammo confusi. “Pagato? E da chi?” chiese Paolo incredulo.

“Non lo so. Era un uomo alto, tarchiato… un cappello a tesa larga gli copriva il volto. Dopo aver pagato ha detto solo di dirle: con i migliori auguri da parte di don Ciccio.”

Restammo senza parole. Quando uscimmo dal locale, Paolo mi guardò serio. “Me li presti lo stesso i soldi?”

“Ancora? E che ci devi fare?” chiesi, anche se avevo intuito a cosa gli sarebbero serviti.

“Me li presti o no?” ribatté.

“Sì… fortunato testa di cavolo” risposi.

“Mica tanto fortunato… stasera quella ragazza mi ha… mi ha deluso. Pensavo fosse diversa e invece…”

“Paolo, ancora a quella pensi? Ma lasciala perdere. Si vanta tanto che il papà è imprenditore e ha decine di persone sotto di lui. Noi ne abbiamo migliaia sotto di noi e restiamo umili” lo interruppi.

“Noi? E chi sono?”

“I morti, no?”

Scoppiamo a ridere. Il giorno dopo, Paolo si presentò al lavoro con un mazzo di fiori enorme. E senza dire nulla lo poggiò sulla tomba di don Ciccio.

“Grazie per il regalo… anche se io…” mormorò, interrompendosi.

Perché ci sono momenti talmente assurdi in cui le parole non le riesci a trovare. E forse nemmeno servono. Forse basta il silenzio e i gesti. Io lo guardai, con un nodo alla gola. E da quella volta capimmo che la morte non è una fine, ma solo un modo diverso di restare accanto ai vivi.

I vivi che spesso deludono. Mentre i morti, invece… sorprendono.

da BRIVIDO

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