UMBERTO BOSSI: UNA VOLTA MORTI, SONO TUTTI SANTI!
Da facebook
Se siete nati al sud e non importa se in Sicilia, in Puglia, in Calabria, in Campania o in qualsiasi altro angolo, per noi Umberto Bossi non era un politico: era l’orco delle fiabe, però in versione padana: canottiera, bava ideologica e disprezzo servito a reti unificate, invece della clava aveva i microfoni, invece della favola aveva i talk show, e invece di mangiarsi i bambini si mangiava la dignità di milioni di persone.
Era il lupo nero che, invece di soffiare sulle case, si puliva il culo col tricolore.
La mattina a scuola ti raccontavano che eravamo un solo popolo, che eravamo tutti uguali, da nord a sud. Poi tornavi a casa, accendevi la tv e trovavi quest’uomo perennemente in modalità possessione demoniaca che urlava slogan, insultava mezzo Paese e faceva passare l’idea che noi meridionali fossimo una specie di errore di stampa della nazione.
Diceva che Roma era ladrona. Che il Sud era una zavorra. Che eravamo mantenuti, parassiti, un fastidio geografico con l’accento sbagliato.
Da bambina magari non capivo proprio tutto, ricordo solo mio padre che lo insultava (come se potesse interagire attraverso la tv), ma una cosa la capivo benissimo: ce l’aveva con noi. Con le nostre famiglie. Con i nostri genitori. Con i nostri nonni. Con i nostri pranzi lunghi, le nostre parole aperte, i nostri paesi, le nostre città, il nostro stesso diritto di sentirci italiani senza dover chiedere il permesso a qualche santone della nebbia.
Mi ricordo gli insulti travestiti da battute. Il razzismo territoriale spacciato per folklore. La cafonaggine elevata a progetto politico. E adesso lo saluteranno come se fosse una specie di leggenda nazionale, quasi una maschera pittoresca, un personaggio di spessore.
E invece no. Io questa cosa la detesto. Perché sono sempre stata coerente: se uno non vale una cicca da vivo, non è che da morto diventa improvvisamente un santo. Resta quello che è stato.
Uno che ha fatto del disprezzo verso milioni di italiani il suo numero da prima serata. Uno che ha trasformato l’umiliazione territoriale in cabaret politico. Uno che ha insegnato a tanta gente che odiare il Sud, in fondo, si poteva pure fare ridendo.
Quindi no, non lo saluto con affetto, non mi commuovo e non mi unisco al coro delle beatificazioni dell’ultim’ora.
Di tutti i grandi uomini si è soliti dire che “la storia li giudicherà”. Nel caso in questione, più che i posteri provvederanno i poster e lo vedremo raffigurato con fazzoletto verde in qualche salsicciata campestre della lega, tra tintinnii di boccali e scampanate di vacche.
Una cosa è certa, qualunque sia il giudizio, i contribuenti italiani hanno 49 milioni di motivi per non dimenticarlo: se davvero esiste un Dio giusto, spero che ti abbia finalmente consegnato il conto, senza condono, senza sanatorie e senza neanche un cacchio di autonomia differenziata dell’aldilà.
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