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UN ATTO DI ACCUSA PER TUTTI: QUANDO UN BAMBINO ODIA UN GENITORE SENZA SAPERE PERCHE’.

SEPARATI UN ATTO DI ACCUSA PER TUTTI: QUANDO UN BAMBINO ODIA UN GENITORE SENZA SAPERE PERCHE'.Mi chiamo Saverio. E avevo 14 anni… quando il mio mondo si è spezzato in due.

Non è una frase fatta. È proprio così. Spezzato. Come un vetro sotto i piedi.

Ero solo un bambino. Ero solo figlio. E sono diventato un campo di battaglia.

Sì. Perché quando due adulti si fanno la guerra, chi perde è sempre il figlio.

Tutto comincia con una lite. Una porta che sbatte. Una voce che urla. Una casa che smette di essere casa. E finisce sempre allo stesso modo: un bambino che smette di sorridere.

Una separazione. Due genitori che non si parlano più. Le urla, i silenzi. I giudici, gli avvocati, le carte. Le relazioni. Le udienze.

E nel mezzo?

Nel mezzo ci sono io. Ci sono quelli come me. Bambini che non vengono ascoltati, ma vengono usati. Che non decidono, ma vengono costretti a scegliere. Non perché vogliono. Ma perché glielo impongono. Con le parole. Con i silenzi. Con le bugie.

“Mamma dice che papà non mi ama.” “Papà dice che mamma mi ha abbandonato.” “Chi dice la verità?”

E io? Io che ne so? A un certo punto smetti di sapere. Smetti di ricordare. Smetti di volere. E resta solo una cosa: l’odio. Un odio che non è tuo, che non sai da dove arriva, ma che ti divora.

Lo chiamano “alienazione parentale”. Un nome difficile. Un nome tecnico. Un nome che non spiega niente. Perché la verità è che è un crimine senza carcere, una violenza senza pugni, una condanna senza processo.

Un genitore — spesso con l’aiuto del silenzio, del sistema, della distrazione — porta via l’altro genitore dal cuore del figlio. Lo cancella. Lo riscrive. Lo rovina. E lo fa col veleno delle parole sussurrate, con le foto tolte dal muro, con le frasi buttate lì: “Non lo chiami? Non ti manca? Hai dimenticato cosa ti ha fatto?”

E tu, che sei bambino, che non sai difenderti, finisci per crederci.

A 14 anni, un figlio ha già scelto. O peggio: è stato scelto.

Quando finalmente arrivano i servizi sociali, quando si muove il tribunale, quando suonano alla porta per dire “ora interveniamo”… è già troppo tardi. Il figlio non vuole più sapere. Non vuole più incontrare. Non vuole più amare. E così nascono le devianze.

I ragazzi che spaccano vetrine. Che si drogano. Che si chiudono in camera. Che si spengono. Che odiano. E noi li guardiamo e diciamo: “Che gioventù di merda.”

Ma ci siamo chiesti da dove vengono quei silenzi? Ci siamo chiesti chi li ha educati alla rabbia? Chi li ha resi orfani di un genitore ancora vivo? Viviamo in un Paese in cui la madre è spesso “verità assoluta”. Senza ascoltare. Senza verificare.

E il padre — o l’altro genitore — viene allontanato, ridotto a visita, delegato al weekend, spento lentamente dalla diffidenza.

Ma i figli non si dividono a metà. Non sono mobili. Non sono assegni. I figli sono carne. Cuore. Memoria. E hanno diritto a entrambi i genitori. La violenza non è solo schiaffi. La violenza è anche togliere a un bambino il diritto di amare tutti e due.

Io questo l’ho imparato a mie spese. Ho vissuto in comunità. Ho avuto la fortuna di incontrare figure che mi hanno ridato senso, come Padre Claudio Marino. Ma non tutti ce l’hanno. Molti si perdono. Per sempre.

Oggi ho 22 anni. Sono operatore per l’infanzia. Presidente di un’associazione. Ma prima ancora, sono una voce che ha visto l’inferno della separazione malata. E oggi questa voce non tace più. Insieme al Vicepresidente Avv. Santi Certo, abbiamo incontrato il Garante per l’Infanzia Dr. Antonio Napoli e l’Assessore alle Politiche Giovanili Dr. Franco Mario Francesco Coppolino. Abbiamo proposto: • un evento pubblico sull’alienazione parentale, • un tavolo tecnico sulle devianze giovanili, • dei centri di aggregazione, veri, vivi, nel cuore della città.

Per dire ai ragazzi: “Noi ci siamo. Non siete soli.”

Ma non basta. Non basta più. Serve una legge nazionale.

Una legge che:

1. Valuti la capacità genitoriale prima di affidare un figlio.

2. Formi giudici, assistenti sociali, psicologi.

3. Riconosca ufficialmente l’alienazione parentale come violenza emotiva.

4. Educhi i bambini ai loro diritti, prima che vengano calpestati.

5. Potenzi i Garanti, rendendoli voci forti sui territori. Io non scrivo per vendetta. Io scrivo per giustizia.

Scrivo per i bambini che oggi stanno vivendo quello che ho vissuto io. Loro non possono parlare. Io sì. E allora parlo. Parlo per quelli che smettono di dormire. Per quelli che odiano senza sapere perché. Per quelli che non hanno più voglia di vivere. Per quelli che dicono: “Mio padre è un mostro” o “Mia madre è sparita”… senza sapere se è vero, o se qualcuno gliel’ha fatto credere.

Questo non è un articolo. Questo è un SOS.

Fermatevi. Riflettete. Guardatevi attorno. E domandatevi: Quante volte abbiamo lasciato un bambino solo nel mezzo della guerra? Ogni figlio che odia senza motivo. Ogni ragazzo che rifiuta la verità. Ogni giovane che si perde… …è una sconfitta dello Stato. Della giustizia. Ma soprattutto: nostra.

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