UN ESERCITO DI TRUFFATORI, MA IN GALERA NON VA NESSUNO. PERCHÉ?
Le truffe digitali sono ormai pervasive. Basta aprire qualsiasi social network per imbattersi in schemi fraudolenti: falsi investimenti in criptovalute, promesse di guadagni facili con il trading online, corsi millantati da presunti guru della finanza, piattaforme di investimento fasulle che spariscono con i soldi degli utenti, corsetti pseudopsicologici ingannevoli per ogni sfera emotiva su cui si può fare marketing ecc
Le truffe sui social sono ormai un’industria miliardaria. Profili clonati, pubblicità ingannevoli, bot che simulano testimonianze entusiaste, schemi Ponzi mascherati da opportunità di business. Migliaia di persone perdono denaro ogni giorno.
Negli anni ’90 c’erano le televendite e i numeri a pagamento, oggi la scala è enormemente più grande. Eppure l’attenzione mediatica e giudiziaria non se ne interessa. A loro è bastato fare un po’ di fumo col caso Wanna Marchi, condannata a dieci anni di carcere effettivo, una pena che in Italia raramente viene applicata persino per reati ben più gravi.
Quel caso è diventato l’emblema della truffa italiana, mentre l’ecosistema delle frodi online continua indisturbato a fare vittime su scala industriale.
“I cogl***ni vanno inc***ti”, afferma volgarmente tutt’oggi la Marchi. Non si può dire che questo suo assunto non sia applicato.
Peccato che abbia pagato solo lei che in confronto ai fenomeni che circolano oggi in ogni angolo è davvero una vergine della truffa.
WI
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