VANNACCI A MILAZZO: SALUTARE O NON SALUTARE, E’ QUESTO IL PROBLEMA?
Di Cristoforo TRAMONTANA
Se arriva un ospite, il protocollo suggerisce sorrisi, strette di mano e fotografie di rito, se poi invece arriva Roberto Vannacci, il protocollo dovrebbe forse prevedere una nota a margine: «Si consiglia cautela. Maneggiare con spirito critico.»
Perché una cosa è accogliere un rappresentante delle istituzioni, un’altra è trasformare l’accoglienza istituzionale in una passerella di legittimazione politica per chi ha costruito gran parte della propria fortuna mediatica sulla provocazione permanente, sulla ricerca dello scontro e sulla sistematica individuazione di un nemico da indicare al pubblico, forse sarebbe opportuno cambiare marciapiede, farsi venire una forte emicrania o improvvisamente ricordarsi di avere un impegno improrogabile per evitare che, i “cattivi pensieri” possano invadere social, piazze, sezioni di partito e sedi culturali.
Non è una questione di educazione, è un test di coerenza e perciò, astenersi dall’elargire pubblici salamelecchi eviterebbe imbarazzo e caduta di stile nella prolusione introduttiva.
Se un esponente politico trascorre il proprio tempo a dividere i cittadini tra normali e anormali, italiani autentici e italiani sospetti, categorie degne di rispetto e categorie da mettere sotto osservazione, non si comprende perché le istituzioni debbano improvvisamente assumere il ruolo di comitato d’accoglienza tra falsi sorrisi e “love bombing” assolutamente ingannevoli.
Ma ad essere onesti, c’è anche il rovescio della medaglia che non è di certo, il gruppo rock italiano in attività sin dagli anni 70.
Ci si scandalizza per una stretta di mano molto più di quanto ci si scandalizzi per certe idee. Si discute del cerimoniale più che del contenuto. Si analizza il galateo ignorando la sostanza.
Così il dibattito non riguarda più ciò che Vannacci dice, scrive o rappresenta politicamente. No. La questione fondamentale diventa stabilire se il Sindaco debba salutarlo, stringergli la mano, sorridergli o limitarsi a un cenno del capo, una sorta di emergenza democratica da affrontare con l’urgenza normalmente riservata alle crisi internazionali, mentre problemi come il lavoro, i servizi pubblici, il declino economico dei territori o le difficoltà delle imprese possono serenamente attendere il proprio turno.
Prima bisogna sciogliere il nodo geopolitico del saluto istituzionale, del resto, la politica italiana ha sviluppato una straordinaria capacità, quella di trasformare ogni simbolo in un evento storico e ogni questione concreta in una nota a piè di pagina.
Ed ecco che il generale eurodeputato diventa il centro gravitazionale del dibattito pubblico, non per le soluzioni che propone, non per i risultati ottenuti, non per particolari meriti amministrativi, semplicemente perché riesce nell’impresa, ormai collaudata, di scatenare una polemica ogni volta che entra in una stanza.
Una strategia semplice e geniale, lanciare dichiarazioni divisive, attendere le reazioni indignate e poi presentarsi come vittima di un sistema che non accetta il dissenso, un copione così reiterato da sembrare una replica in prima serata.
A questo punto, chi rappresenta le istituzioni dovrebbe porsi una domanda molto semplice, “ma il saluto istituzionale serve a rispettare una carica oppure rischia di normalizzare messaggi che una parte consistente della società considera discriminatori e pericolosi?”
Perché le istituzioni non sono sale ricevimenti e i rappresentanti delle Amministrazioni non sono addetti alle pubbliche relazioni di turno, la neutralità non consiste nell’applaudire tutti indistintamente ma serve a mantenere l’equidistanza soprattutto da chi fa della polarizzazione la propria principale attività politica.
Ma forse è chiedere troppo, è più facile discutere per giorni di una stretta di mano che affrontare il contenuto delle idee in campo. Più semplice misurare la distanza tra due persone sul palco che misurare la distanza tra certe dichiarazioni e i principi costituzionali di uguaglianza e inclusione.
Così, mentre Milazzo osserva con il fiato sospeso il destino di un saluto sconveniente, Shakespeare può finalmente aggiornare il suo celebre verso: “To heal or not to heal, that is the question?”.
Non sarà il dilemma più importante della nostra epoca, ma è certamente uno dei più marcatamente italiani.
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