VOGLIAMO L’INDUSTRIA, MA SAREMO NOI A PAGARE IL CONTO…
La crisi dell’ex Ilva non nasce dal carbone, ma dalla gestione politica e giudiziaria. Il paradosso è evidente: mentre Cina e India continuano a espandere l’acciaio a ciclo integrale privilegiando sviluppo e occupazione, l’Italia ha trasformato Taranto in un campo di battaglia ideologico. Se ci fosse stato un quadro autorizzativo chiaro, stabile e orientato alla produzione, il sito avrebbe potuto continuare a funzionare a pieno regime, producendo 8-10 milioni di tonnellate di acciaio a costi competitivi, evitando importazioni e mantenendo salda una filiera strategica.
La vera emergenza, dunque, non è la tecnologia ma l’incertezza del diritto, fattore che ha logorato l’impianto molto più delle emissioni. L’altalena tra sequestri, ricorsi, commissariamenti e continui interventi politici ha eroso ogni certezza industriale e allontanato investitori seri. La transizione ai forni elettrici, in questo contesto, non appare una scelta strategica ma un compromesso costoso, necessario solo perché il ciclo integrale è stato reso ingestibile dal caos giuridico.
Mentre Bedrock propone 5mila licenziamenti e investimenti pari allo zero, e Flacks Group dopo una visita a Taranto avrebbe dato “feedback positivi” ma senza impegni concreti, il piano Arvedi resta l’unica strada realistica. Eppure, dietro la sua fattibilità si nasconde un problema enorme: qualcuno dovrà pagare la transizione. Non sarà il mercato. Non saranno i fondi esteri. Sarà lo Stato. Saranno i contribuenti.
La verità è che l’Italia si trova oggi in questa situazione non perché il ciclo integrale fosse obsoleto, ma perché è mancata una politica industriale capace di reggere il conflitto tra ambiente e lavoro senza far collassare un asset strategico. E ora, tra cassa integrazione, riqualificazioni forzate e nuovi investimenti pubblici, l’Odissea dell’ex Ilva continua a presentare un conto salatissimo.
Un conto che, ancora una volta, pagheremo noi.
Da Enrico Foscarini, 29 novembre 2025
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