CAPO MILAZZO, 21 FEBBRAIO 2026: SESSANT’ANNI FA C’ERA CON NOI ACHILLE RAGUSI
21 FEBBRAIO: IL GIORNO CHE HA SEGNATO LA MIA VITA E QUELLA DI ALTRI RAGAZZI…
Il 21 febbraio del 1966 era lunedì. Ero in quinto ginnasio e da poco più di un mese avevo compiuto 15 anni. Quel giorno ci eravamo svegliati con una bella giornata di sole, ideale per accompagnare parecchi ragazzi del Liceo, come ricorda Filippo Isgrò, che avevano organizzato un’escursione ad Acireale, per assistere ai carri di carnevale. Sarebbero rientrati in serata, ma noi preferimmo rimanere a Milazzo, per un’escursione al castello, e poi procedere verso Capo Milazzo, per il pranzo. Come al solito, ci erano stati concessi due giorni di vacanza per la tradizionale disinfestazione. 
Eravamo in nove, tutti ragazzi di 14, 15 e 16 anni. Achille (il terzo, seduto, da sinistra) era il più grande con i suoi 16 anni; non era andato ad Acireale, con i suoi compagni di classe – ricorda ancora Filippo – per cui aveva preferito, per un atroce scherzo del destino, mettersi alla guida di quel drappello di esploratori! Ogni sentiero, ogni dirupo, ogni scoglio era per noi novità… Non abbiamo mai messo in conto il pericolo: un passo falso, una roccia che avrebbe potuto franare, una disattenzione… Liberi, spensierati… incoscienti. Quali altre parole trovare per descriverci?
Ricordo tutto di quel giorno, anche il pranzo da Resta: spaghetti con le cozze al posto del solito panino imbottito. E una volta fuori, eccoci liberi come l’aria e desiderosi di scaricare l’esuberanza della nostra età, giungendo fino all’estrema punta del promontorio. Ricordo soprattutto Achille, il più grande, il capo di quel manipolo di ragazzi, aggrappato al dirupo, e il suo sguardo rivolto verso di me, che con altri due, aiutandoci con le mani e facendo attenzione a non perdere i fragili appigli, stavo scalando un sentiero ripido ma più sicuro per giungere in cima. Mi resi conto del rischio che stava correndo, e volli richiamare l’attenzione di chi era con me e mi precedeva in quella insolita scalata: “Ma l’avete visto? Aspettiamolo sopra…”.
Arrivammo ansimanti, con il cuore in gola non tanto per la fatica, quanto piuttosto per la paura che da lì a poco potesse accadere qualcosa di irreparabile.
Lassù Achille ancora non c’era! Guardammo intorno, ma non volevamo pensare al peggio. Un urlo ci diede la certezza di quel che temevamo: era Pino, che aveva visto il corpo del fratello sugli scogli sottostanti. Terrore e angoscia al tempo stesso ci paralizzarono. Nessuno aveva visto quel tragico volo, nessuno aveva potuto dire ad Achille di fare attenzione.
Non abbiamo saputo mai se Achille avesse scelto quella strada insolita per arrivare in cima, e dimostrare che meritava il nome che lo rendeva simile all’eroe di Omero, o se stesse aggrappandosi a quelle rocce perché era scivolato. Achille, invincibile, immortale, ora giaceva su uno scoglio, mentre gli dei si stavano prendendo la sua vita.
Al fratello e ad altri ragazzi, rimasti sotto, l’ingrato compito di tentare di rianimare quel corpo senza vita. In me un ricordo che non cancellerò mai, né potrà mai dissolversi: l’averlo visto per l’ultima volta in vita, prima di quel volo che come Icaro non lo avrebbe portato verso il Sole, ma giù, tradito dalla sicurezza, dall’esuberanza, dall’incoscienza dei suoi sedici anni. Da quegli anni più belli e più controversi della nostra generazione.
Corremmo verso Resta per cercare aiuto, raccontando ciò che era accaduto! Silvio lasciò tutto e diede l’allarme. In poco tempo a Milazzo era giunta voce di ciò che era successo. Fra le tante persone che arrivarono al Capo, c’era anche padre Passalacqua, nostro insegnante di religione; quindi il papà di Achille e di Pino, il signor Ragusi, informato che qualcosa di grave era successo, e che lassù c’erano anche i suoi figli. Al suo arrivo le persone, in silenzio, lo indicavano con rapide occhiate, mute, un misto di solidarietà, pietà, dolore, commiserazione. Nessuno aveva il coraggio di avvicinarsi, di parlare. Toccò al sacerdote farsi avanti per sorreggerlo con parole di conforto e di fede, cercando quelle giuste per dire la tragica verità.
Ma fu il signor Ragusi, l’amico Mico Ragusi che tutti conoscevano ed apprezzavano, consapevole che qualcosa di grave lo attendesse che chiese, sperando di ricevere una risposta negativa che scacciasse l’incubo, “Ma è morto?”. Padre Passalacqua abbassò gli occhi, scuotendo il capo: una triste conferma che fece scoppiare in lacrime tutti.
Rimasi in silenzio a guardare quell’uomo svuotato di energie, colpito da un lutto gravissimo. Avrei voluto fare qualcosa per lui: se fosse stato possibile, avrei voluto riavvolgere il nastro di quel giorno per tornare indietro, cambiare tutto, modificare gli eventi, cancellarli.
Non mi rassegnai; e non mi rassegnerò mai a quell’epilogo che ha cambiato la mia vita e quella dei miei compagni.
Non era giusto.
No! Non era giusto!
Il ricordo di Achille, da quel lontano 1966, da quel 21 febbraio è in noi. Lo abbiamo vicino, giovane, felice, spensierato, esuberante, libero, anche se punito impietosamente da un destino avverso… Sono certo che quando arriveremo anche noi, lassù, ci dirà cosa è successo quel giorno…
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