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GIULIO ANDREOTTI, “NON SIAMO NATI SERVI, ABBIAMO ACCETTATO DI DIVENTARLO”

di CRISTOFORO TRAMONTANA

Il 12 luglio 2006, Hezbollah lancia un attacco su Zar’it, su Shlomi e su altre città di Israele, con razzi terra-aria-terra.

L’intraprendenza libanese prosegue con i soldati Hezbollah che entrano in Israele e attaccano due veicoli militari. Alcuni morti, alcuni feriti e altri presi in ostaggio e portati in Libano.

Chi è Hezbollah?

L’organizzazione paramilitare, nasce nel 1982 a seguito dell’invasione israeliana del Libano.

Un’organizzazione politica di religione musulmana sciita che predica, tutt’oggi, odio contro Tel Aviv e contro gli americani.

Per rappresaglia, Israele, attacca il Libano. La guerra durò 34 giorni e l’intervento dell’ONU fu decisivo per definire la fine delle ostilità.

Sei giorni dopo l’attacco libanese, il nostro Senato, in seduta straordinaria, ascoltò le parole RIVOLUZIONARIE di Giulio Andreotti. Cattolico professante, Democristiano tra i peggiori, Mafioso o Colluso con i capi siciliani. Le sue parole: “Io credo che, se ognuno di noi fosse nato in un campo di concentramento e, da 50 anni, fosse lì e non avesse alcuna prospettiva di poter dare ai propri figli un’avvenire, sarebbe un terrorista”.

Parole chiare, inoppugnabili, una condanna netta al regime di terrore israeliano in medio oriente.

Le stragi di civili inermi sono un’offesa al genere umano, e di queste stragi Israele si è macchiato per circa 60 anni. Andreotti, nel suo intervento, affermò che, se spadroneggi a destra e a manca, se imponi con la forza la tua volontà, se opprimi i popoli confinanti, ti vai a cercare l’odio di tutti.

All’epoca, Hezbollah era definita una formazione terrorista, oggi in Libano è stata istituzionalizzata ma l’odio verso i sionisti è rimasto immutato.

Ancora l’Italia non è nel mirino del terrorismo, c’è un certo rispetto per il nostro Paese, ma se le politiche estere continueranno su questa strada infame ed ipocrita, prima o poi il Capo Islamico di turno, ci farà un pensierino. Ed è emblematica, la presentazione delle proprie dimissioni da parte di Moni Ovadia dalla Direzione del Teatro Comunale di Ferrara, perché a Lui nessuno può imporre cosa dire.

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